Da: dal Corriere della Sera
Categoria: Commento generico
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Data: 23 Feb 2003
Ora: 16:40:33
Dopo l’annunciata cessione della Ricciardi alla Treccani, inchiesta sulla drastica riduzione delle collane dedicate ai nostri grandi autori
Aiuto, l’Italia ha perso i classici
di PAOLO DI STEFANO
L’annunciata cessione della casa editrice Ricciardi dalla Einaudi alla Treccani sollecita alcune riflessioni sul destino dei classici italiani nella nostra editoria. E non solo perché una delle collane più prestigiose è diventata, per l'occasione, merce di scambio politico-economico che ha avuto come protagonisti la Mondadori del presidente del Consiglio e l'Istituto della Enciclopedia. Ma perché a ben guardare la situazione dell'editoria dei classici sembra avere toccato oggi il suo livello minimo. Basta andare indietro con la memoria per rendersi conto della decadenza. Un qualunque catalogo di letteratura italiana della fine degli anni Settanta sotto la rubrica «Classici e collezioni» elencava tra le 14 e le 15 voci. Oggi, di quelle collane ne rimangono in vita tre o quattro. Né si può dire che nel frattempo ne siano arrivate di nuove. Chi si ricorda degli Scrittori d'Italia o dei Classici Mondadori ? Finiti. Come le collezioni omologhe di Le Monnier, Mursia, Zanichelli, Feltrinelli, Sansoni, Rizzoli, Marzorati. Alcune di quelle rimaste in vita sono precarie: la Utet, acquisita dalla De Agostini, prevede di pubblicare non più di tre volumi nel prossimo triennio. La Fondazione Bembo della Guanda naviga in gravi problemi finanziari. Il fatto è che le collane di classici italiani, in genere dirette dal meglio dei critici universitari, si fondavano in origine su un'idea del tutto tramontata. Che oltre ad essere un'idea era un ideale: offrire alla classe dirigente del nostro Paese una Biblioteca, magari discutibile, magari parziale, che rappresentasse il mosaico di una storia della cultura italiana su cui costruire un futuro. Un disegno che nacque dallo spirito unitario. Anzi preunitario, se è vero che una Biblioteca Nazionale , la madre di tutte le collane, fu avviata da Le Monnier già nel 1843. Un disegno rilanciato, non a caso, nell'immediato dopoguerra. Dopo Carducci, che nel 1885 per la Sansoni inaugurò una Biblioteca Italiana , venne Benedetto Croce, che nel 1910 per Laterza progettò, in seicento volumi, gli Scrittori d'Italia , convinto di offrire così ai suoi concittadini i fondamenti per una formazione umanistica capace di tradursi in coscienza civile. Nello stesso giro d'anni nacque la serie «verde» della Utet che dal '48 avrebbe avuto nella coppia Neri-Fubini gli artefici di una raccolta di tutto rispetto. Nel '35 fu Francesco Flora ad avviare i Classici Mondadori , una delle collane più prestigiose, che con la direzione di Dante Isella avrebbe poi avuto in aggiunta una indiscutibile garanzia di cura testuale, ma che con l’inizio degli anni Ottanta fu cancellata dai piani editoriali. A sfogliare i repertori, risulta evidente che fino agli Anni '70 l'editoria italiana ha creduto con convinzione in una sua missione civile, che poi è andata scomparendo a favore di un più immediato riscontro economico. Non si trattava più di «fare» gli italiani, secondo il celebre invito di D'Azeglio. Si trattava innanzitutto di ricavare il massimo dagli investimenti finanziari. Inoltre, più che Croce, nel frattempo a fare gli italiani ci aveva pensato la televisione. E fatti (malfatti) gli italiani, non restava che guardare oltre. Così ai classici italiani si affiancano gli stranieri, che tra l'altro spesso vendono più dei nostri (se non si chiamano Camilleri, il primo caso di autore diventato un classico nel giro di pochi anni solo in virtù delle copie vendute!). Lo testimoniò una bella e sfortunata iniziativa come la Spiga di Garzanti (conclusa con un tutto Gadda curato da Isella). Lo testimoniano dal '69 i Meridiani Mondadori, che partirono con Ungaretti e con Kafka. L’ha testimoniato per breve tempo la notevole ripresa della Giunti, curata da Lucio Felici, e purtroppo naufragata in pochi anni. Lo testimoniano ancora oggi la collana di Contemporanei italiani e stranieri Bompiani, mentre la Pléiade Einaudi langue. Insomma, pochi ritennero utile proseguire in monumentali e dispendiose imprese, affidate a scrittori e critici in veste di consulenti, che sembravano fatte apposta per i filologi più che per un fantomatico lettore colto. Meglio affidarsi ai tascabili (tanti e non sempre ben curati). Rimangono oggi quasi solo i relitti di quella antica illusione pedagogica «nazionale» che nell'immediato dopoguerra ebbe il potente impulso di gente come Raffaele Mattioli, il più significativo promotore-banchiere (e non solo) della cultura umanistica. I suoi «mattoni» dovevano costituire un muro che il Paese avrebbe dovuto digerire prima di fare il salto verso la modernità. Nel solco dell'ideale crociano, presentando l’opera si accennava ai tempi «torbidi» da superare attraverso la conoscenza delle proprie radici culturali. L’esperienza dei Poeti del Duecento diretti da Contini per la Ricciardi fu una palestra per molti dei maggiori studiosi delle nuove generazioni. Negli anni della ricostruzione, furono gli editori di sinistra a sobbarcarsi questo compito. «Alcuni di noi - ha scritto Eugenio Garin -, alla Liberazione, pensarono che era necessario, in un rinnovamento che volevamo radicale, salvare pur sempre quanto di valido c'era nel nostro passato». Ne nacquero due collane, dirette da un critico marxista, Carlo Muscetta, che ambivano a formare una collettività consapevole sulle ceneri della tragedia europea: così, dopo la Nuova raccolta di classici annotati voluta da Leone Ginzburg nel '39 (e diretta da Santorre Debenedetti, poi da Contini e oggi da Segre), Einaudi lanciò, nel '54, una vasta antologia poetica affidata al Parnaso italiano e poi Feltrinelli, nel '60, propose una nuova Biblioteca di classici italiani . Erano progetti militanti. Ora quell'ideale, che lo si voglia o no, è tramontato. Le nuove iniziative, come detto, a parte i bei Classici Adelphi, sono sparite o navigano nella tempesta economica. E non ci sono banchieri pronti a corrervi in soccorso. Quelle che si difendono gloriosamente ( tra cui I Novellieri di Salerno) si contano sulle dita di una mano. E nonostante gli appelli di Ciampi all'unità nazionale, le operazioni ispirate a quell'illusione rimangono dei gusci vuoti. «Mattoni» non da digerire ma da espellere in modo più o meno elegante. Per l'editoria al tempo della globalità appare come un anacronismo l'idea di formare un cittadino italiano o offrire palestre per i giovani studiosi. E a formare un cittadino globale ci pensano, più che i libri, i siti internet e i format televisivi internazionali di trasmissioni come L'eredità o Chi vuol esser milionario . In questo nuovo panorama, può accadere, per ironia della sorte o della storia, che la casa editrice di Giulio Einaudi finisca tra le proprietà di Berlusconi. E non c'è quindi da meravigliarsi che una creatura dell'azionista Raffaele Mattioli venga abbracciata dall'Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Che fu diretto da un certo Giovanni Gentile, rimasto nella storia anche come il ministro fascista della Pubblica Istruzione.
Cultura
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