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COME SI FORMA L’OPINIONE NEL CONTINENTE

Da: da il Riformista
Categoria: Articolo stampa
Nome remoto: 213.254.3.151
Data: 23 Feb 2003
Ora: 16:44:09

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GUERRA E PACE. COME SI FORMA L’OPINIONE NEL CONTINENTE

DI JOHN LLOYD

L'Europa senza intellettuali di destra Sono gli artisti a guidare i movimenti La t-shirt di una stilista inglese, la vox clamans di Dahrendorf, il successo di Moretti

Qualche giorno fa la stilista inglese Katherine Hamnett ha esibito un'elegante maglietta nera. Sul davanti, in grosse lettere scarlatte, recava la scritta «No alla guerra, fuori Blair!». Messaggio calzante per gli artisti ed intellettuali europei, di cui non uno su dieci sarebbe disposto a dichiarare il proprio sostegno per una guerra contro l'Iraq, in nessun caso. C'è però qualche raro caso di sfida dell'opinione comune: in un recente articolo su la Repubblica, Ralph Dahrendorf, accademico tedesco, sostiene che ci sono tre elementi fondamentali da considerare nel dare una risposta all'imminente guerra in Iraq. Il primo è l'esistenza di quelli che chiama i valori dell'Occidente; il secondo è che sia necessario difenderli con forza; e terzo, che in alcuni casi questa difesa possa richiedere l'uso delle armi. Ma Dahrendorf non è certo un tipico esponente della sua categoria. Dopo la guerra, l'Europa si è trasformata in un'area di pace e collaborazione. Quelle stesse nazioni occupate a massacrare le reciproche popolazioni per tutta la prima metà del ventesimo secolo hanno passato la seconda metà ad imparare a costruire la pace, poi a realizzare un mercato comune, una comune moneta e, ora, una politica comune (in qualche misura). Il diplomatico britannico Robert Cooper, attualmente capo del gabinetto di Javier Solana, Alto Rappresentante Europeo per la Sicurezza e la Politica Estera, lo ha definito come «un sistema altamente evoluto di reciproca interferenza nei vicendevoli affari… una reciproca vulnerabilità trasformata in reciproca trasparenza». Ma questo diffondersi di pace ha, direi naturalmente, generato una predisposizione a dare alla pace una possibilità, ovunque, con chiunque. L'Europa tende ad essere laica, relativista e portata al compromesso: negli intellettuali ciò si manifesta in forme di opposizione, a volte assai militanti, nei confronti di quei paesi e uomini politici facilmente rappresentati o ridicolizzati come guerrafondai, sopra a tutti, gli Stati Uniti e i rappresentanti dell'amministrazione Bush. Il mese scorso, in una dichiarazione all'agenzia di stampa tedesca, Gunter Grass, il più noto romanziere tedesco vivente, ha stilato un elenco delle colpe che "l'Europa" classicamente attribuisce agli Stati Uniti. Dice Grass che avendo gli Stati Uniti e le nazioni europee appoggiato l'Iraq in passato, non sono oggi nella posizione morale di giudicarne la malvagità. Constatando che sia gli Stati Uniti che la Francia e la Gran Bretagna possiedono tutte armi nucleari, si domanda perché non ci siano ispettori impegnati a verificare lo stato dei loro arsenali di difesa e come mai altri paesi non stiano contemplando l'opportunità d'invaderli. Dice anche che l'unico vero interesse degli Stati Uniti in Iraq è il petrolio: e chiude il suo intervento dichiarando che «il presidente degli Stati Uniti incarna il pericolo che minaccia ognuno di noi». Questa quasi totale opposizione può in parte essere spiegata dal fatto che, contrariamente a quanto accade negli Stati Uniti e, in forma minore, anche nel Regno Unito, gli intellettuali europei sono da sempre identificati con la sinistra. La rete di organismi politici, riviste e circoli accademici di destra, e il flusso di finanziamenti a loro diretto per sostenerli, non ha un corrispettivo in Europa. I grandi personaggi liberali di destra – come Friedrich von Hayek, Raymond Aron e il giornalista Indro Montanelli – sono spariti da tempo. Il fermento intellettuale che precedette e accompagnò i governi della Thatcher è decisamente sbollito. In Italia la destra non può vantare in effetti un solo intellettuale, e lo stesso vale per i paesi scandinavi. Persino in Germania, il sincero sostegno alla militanza liberale, sul modello di Dahrendorf, è praticamente inesistente. L'opposizione di artisti, attori e scrittori è ancor più militante di quella degli intellettuali. Almeno in questo gli Stati Uniti sono più vicini all'Europa: il numero delle personalità di Hollywood contrarie all'invasione dell'Iraq supera quello di quelle a favore. Sean Penn, Susan Sarandon e Martin Sheen hanno tutti manifestato la propria opposizione alla guerra, con Sean Penn che è arrivato addirittura fino a Baghdad per assicurare al regime iracheno il suo appoggio. Tutto ciò rispecchia un movimento culturale mondiale di cui l'Italia è leader. Gli artisti assumono posizioni di rilievo nell'opposizione, non soltanto alla guerra, ma anche ai governi: in Italia, i due personaggi di spicco della sinistra sono Roberto Benigni e Nanni Moretti, quest'ultimo a capo dei movimenti popolari mobilitatisi nelle strade di Roma, Milano e Firenze contro il governo Berlusconi. Con l'aumentare del nostro tempo libero, e il crescente ruolo che la cultura dell'immagine e della narrativa giocano nella nostra vita, tendiamo a considerare gli artisti come uomini e donne incontaminati dalla politica e capaci di ispirarci e mostrarci un modo migliore di vivere, come succede nei libri, nei film e sul palcoscenico. Il rischio di un'opposizione così idealista è proprio che resti relegata all'universo degli ideali: di pace, riconciliazione e armonia. Spesso è più occupata ad opporsi ai governi di casa – che siano quello americano, britannico o italiano – che non a prendere coscienza di regimi come quello di Saddam. E soprattutto, artisti ed intellettuali non sono responsabili per ciò che dicono e fanno in ambito politico. Tanto che quando Harold Pinter, il più noto commediografo inglese, definisce Blair – come ha fatto domenica scorsa – uno «scagnozzo cristiano al soldo di Bush», nessuno gli chiede cosa intenda, o se può giustificare una tale affermazione. Compito degli intellettuali è pensare: e riflettere sulla complessità. Gli argomenti a favore e contro un'invasione dell'Iraq sono complessi: in entrambi i casi c'è della moralità; entrambi i casi comportano dei rischi. La maggior parte delle persone lo comprende, istintivamente: perché ogni esperienza, anche la più comune, dimostra come la vita sia complessa, contraddittoria, un miscuglio di bene e di male. Quindi, quando vedono volti famosi e nomi stimati dichiarare che tutto può essere riassunto in uno slogan – No alla guerra, fuori Blair! – si chiederanno cosa stia succedendo. Sfortunatamente pochi intellettuali europei sapranno fornirgli una risposta.

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