Da: da Il Riformista
Categoria: Articolo stampa
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Data: 27 Feb 2003
Ora: 17:40:46
RIMOZIONI. LA PACIFICAZIONE INTELLETTUALE È UNA DEBOLEZZA I conti con lo stalinismo sono finiti?
Fare i conti con lo stalinismo è stato per decenni il vero tormentone di ogni dirigente di rispetto della sinistra italiana. E oggi, a cinquant'anni di distanza dalla morte del dittatore georgiano, il tormentone ha lasciato il posto alla rimozione. Niente può interessare meno, a qualsiasi leader minore o maggiore della sinistra, che misurarsi con il senso e l'eredità del comunismo sovietico. E non solo perché l'oggetto del contendere sia venuto meno da più di un decennio. Prevale piuttosto un meccanismo di pacificazione intellettuale che rivela una delle principali debolezze della cultura politica del post-comunismo italiano: l'assenza, tra le sue basi, della coscienza del passato. E la mancata volontà di voler assumere nella sua piena drammaticità il senso di una storia condivisa, nelle luci e nelle ombre che essa porta con sé. Per comprendere appieno il senso della rimozione è bene ricordare lo spessore direttamente politico che ha avuto per lunghi anni la discussione storiografica sull'Urss. Tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, l'Italia fu la patria di una sorta di "storiografia eurocomunista" sull'esperienza bolscevica. Nella quale alcune mitologie interpretative si fondevano con la formulazione di un giudizio tutto politico sulla riformabilità del sistema sovietico. L'indicazione di una "verginità rivoluzionaria" della Russia di Lenin, poi tradita dall'avvento di uno stalinismo dipinto come un corpo estraneo al ceppo ideale bolscevico. La presenza in quello stesso ceppo di solide e credibili alternative allo stalinismo (Bucharin, innanzitutto). La diffusione di pratiche capaci di segnalare, nella cooperazione economica o nel sindacato, l'esistenza di aree di pluralismo di fatto che lo stalinismo non era riuscito ad assimilare alla logica totalitaria. Tutto convergeva nel mettere in evidenza la presenza nell'esperienza sovietica delle basi per una radicale riformabilità, pur nella conservazione dei suoi tratti originari. Si trattava di una storiografia seria e dignitosa, che ebbe influssi non irrilevanti anche all'estero (soprattutto in Gran Bretagna). Ma che in patria ricavò la sua forza direttamente dall'investitura della leadership del Pci. E quanto avesse scavato in profondità questo pensiero lo si vide con la comparsa di Gorbaciov. Che in Italia, tra tutti i paesi occidentali, provocò i più vivaci entusiasmi politici e intellettuali. Qui più che altrove fu forte e radicato il mito di una leadership che sembrava avere finalmente assunto il paradigma della riformabilità del sistema sovietico come asse della sua politica interna e internazionale. Orientandolo nel senso di una decisa apertura del sistema alle istanze di democrazia, e puntando quindi alla trasformazione delle sue basi di legittimazione in termini tali da renderlo aperto come e più dei sistemi liberal-democratici occidentali (pur conservandone l'originaria specificità sociale). In sostanza, il mito del Gorbaciov riformatore assoluto sconfitto malamente dai conservatori. Ci basti un'immagine tra le tante a ricordare quanto questo mito fosse radicato nella sinistra italiana: il titolo di prima pagina dell'Unità all'indomani del golpe dell'agosto 1991, «La fine del sogno», che racchiudeva tutta l'angoscia per il dissolvimento di un progetto che era sembrato ridare slancio al sistema sovietico. E anche tutta la difficoltà a comprendere come la leadership di Gorbaciov fosse orientata ben diversamente che verso la trasformazione dei caratteri fondamentali di quel sistema. E oggi? Mentre la storiografia italiana sull'esperienza sovietica ha compiuto in questo decennio grandi passi avanti, profittando con intelligenza e competenza dell'apertura degli archivi, i suoi risultati interessano poco o niente la politica. L'Istituto Gramsci, un tempo centro nevralgico della storiografia "eurocomunista", è divenuto una fucina di produzioni scientifiche molto avanzate anche rispetto agli standard internazionali ma del tutto ignote alla grande maggioranza del personale politico di sinistra. È solo un effetto della scomparsa dell'Urss? In realtà si ha l'impressione che a sinistra prevalga la ricerca della buona pace della mente. E che la dolorosa presa di coscienza di cosa è stata l'esperienza sovietica - ora che è finalmente possibile saperlo - lasci il campo a un oscillare tra le lavate di mani assai poco credibili (il «mai stato comunista» di Veltroni) e le nostalgie più o meno occulte di chi non fa mistero di rimpiangere il buon tempo andato del bipolarismo mondiale. Il risultato è l'indebolirsi della legittimazione pubblica e politica di una storiografia "normale", qual è ormai la migliore storiografia italiana sull'Urss, e il sopravvivere di mitologie largamente superate dagli studi.
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