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Come uscire dalla storia. E vivere in pace

Da: E. Morin, da Le Monde
Categoria: Articolo stampa
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Data: 19 Mar 2003
Ora: 16:46:50

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IL PARADOSSO DEL TERZO MILLENNIO: ABBIAMO LA SOCIETA' GLOBALE, MA SIAMO INCAPACI DI GOVERNARLA

Come uscire dalla storia. E vivere in pace

19 marzo 2003

di Edgar Morin

LA storia umana è incominciata otto millenni fa. Si è messa in movimento con la nascita degli Stati, animata da una megalomania dominatrice, che ha determinato la sete di gloria dei sovrani e la sete di sangue degli dèi. La storia nasce dalla guerra e fa nascere la guerra. Essa vede lo slancio delle civiltà: ognuna apporta qualcosa, le sue arti, le sue tecniche, i suoi miti, i suoi capolavori. Ma essa vede anche il naufragio di queste civiltà, perdute in innumerevoli Titanic storici. La storia ha attualizzato una serie di potenzialità razionali, tecniche, economiche, estetiche, ludiche, poetiche, ma anche la demenza e la dismisura dell’Homo sapiens-demens.

Le guerre prendono un nuovo corso a partire dalla rivoluzione industriale che moltiplica la potenza mortale degli armamenti. Gli Stati, divenuti padroni di formidabili mega-macchine sociali, utilizzano armi sempre più massicciamente mortali.

La prima guerra mondiale provoca ecatombi senza precedenti, coinvolge le popolazioni civili e diventa guerra totale. La seconda decuplica l’efficacità delle armi di distruzione, annienta milioni di civili con bombardamenti e deportazioni e si chiude con i funebri funghi di Hiroshima e di Nagasaki. La civilità scientifica-tecnica-militare è ormai in grado di annientare l’umanità, cioè di annientare sé stessa.

Il pacifismo moderno è nato come reazione all’orrore della prima guerra mondiale. Si è disintegrato sotto l’occupazione nazista, la sua logica conducendo al paradosso della collaborazione alla guerra hitleriana. In molti, compreso il sottoscritto, ha lasciato il posto alla Resistenza, cioè l’ingresso sul campo di guerra.

Tuttavia la minaccia nucleare post-Hiroshima fece rinascere il pacifismo. Ma da quando l’Urss divenne potenza nucleare il movimento per la pace - manipolato dagli stessi russi che pure in patria vietavano ogni manifestazione pacifista - continuava a concentrarsi solo sull’armamento occidentale. Il che indusse Mitterrand a commentare, giustamente: «I pacifisti sono all’Ovest e i missili all’Est».

Le guerra del Vietnam e quelle di liberazione coloniale fecero nascere nei paesi colonialisti l’opposizione alle guerre repressive. Negli Stati Uniti il movimento pacifista idealizzò i Vietcong, ignorando il sistema totalitario di cui facevano parte, e poi si trovò preso in contropiede quando il Vietnam invase la Cambogia.

Nonostante la sua malattia infantile prosovietica, il pacifismo post-Hiroshima testimoniava dell’acquisita coscienza sulla minaccia globale per l’umanità. Il pacifismo contro la guerra del Vietnam testimoniava invece che nei paesi colonialisti s’era formata una coscienza dei diritti dei popoli, e si domandava di rompere il legame con un passato egemonico. Ma non c’è mai stato un movimento globale per chiedere la distruzione di tutte le armi di annientamento di massa, specie di quelle nucleari.

Le recenti manifestazioni hanno mostrato una coalizione eterogenea di pacifismo assoluto, anti-americanismo erede di una prospettiva morta, pacifismo ben motivato contro un’impudenza e un’imprudenza guerrafondaia, e infine pacifismo che tradisce i bisogni vitali dell’era planetaria.

In effetti in questa pacifica sollevazione c’è una parte di reazione contro l’impudenza di una caccia a Bin Laden che si trasforma, con un gioco di prestigio, in caccia a Saddam Hussein; una reazione contro la pochezza degli argomenti sul pericolo iracheno, contro la dissimulazione dei veri disegni strategici e petroliferi che mirano al controllo del Medio Oriente. E ancora, c’è una reazione contro la politica egemonica quasi imperiale degli Stati Uniti, ben decisa a garantire l’ordine mondiale anche senza l’accordo dell’Onu. C’è anche una parte di reazione contro l’imprudenza di un intervento nel cuore di una delle zone più «calde» del pianeta. Una guerra contro l’Iraq non potrà essere circoscritta, sarà un’operazione d’apprendista stregone che potrebbe provocare una reazione a catena.

Dietro le recenti manifestazioni dei pacifisti in Occidente c’è la percezione di una minaccia apocalittica. Non si tratta di salvare Saddam: è una reazione al circolo vizioso dell’odio e del terrore che già vediamo all’opera nelle relazioni tra israeliani e palestinesi. La situazione attuale porta un messaggio: la guerra, figlia della storia e madre della storia, è arrivata al punto fatale in cui rischia di far capovolgere la storia stessa. Siamo ai preliminari di un possibile post-storia. L’ultima tappa della mondializzaione, iniziata nel ‘90, ha prodotto le infrastrutture di una vera società mondiale. Ma è incapace di installare le strutture per poter governare tutto questo, e di conseguenza scatena il caos.

Eccoci dunque davanti al paradosso del terzo millennio: abbiamo la possibilità di uscire dalla storia dall’alto, accedendo a una società-mondo che superi gli Stati e i loro conflitti, e instauri un governo mondiale che possa discutere di temi vitali per il pianeta. Ma nello stesso tempo le nazioni non sono capaci di instaurare il potere sovrannazionale che limiterebbe le loro sovranità; le Nazioni Unite sono incapaci di costituire il nucleo del governo mondiale che consentirebbe di superare l’era della guerra accantonando la sovranità assoluta degli Stati nazionali.

Quindi siamo di fronte all’alternativa: o l’Onu riesce veramente ad assumere il ruolo che porta alla pacificazione planetaria, oppure la via sarà sgombra per il dominio di un nuovo impero che oggi aspira a prendere in carico questa società-mondo. Dunque, ricostruire le Nazioni Unite è divenuta un’esigenza fondamentale per l’avvenire dell’umanità. L’alternativa diventa sempre più urgente: o uscire dalla storia dall’alto, oppure farsi inghiottire dagli ultimi scossoni della storia. E in tal caso usciremmo dalla storia dal basso. Qualcosa che assomiglierebbe allo scenario del film. L’idea di uscire dalla storia può sembrare utopistica. Ma l’umanità non è già uscita, qualche migliaio di anni fa, dalla preistoria? Uscire dalla storia non significa immobilizzarsi. Vuol dire invece continuare l’evoluzione ma secondo altre norme.

© Le Monde (da La Stampa)

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