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Mussa Dagh, epopea armena

Da: da La Stampa
Categoria: Commento generico
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Data: 09 Apr 2003
Ora: 09:24:23

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L’UNICO EPISODIO FELICE NELL’ANNO DEL GENOCIDIO: FLAVIA AMABILE E MARCO TOSATTI HANNO RICOSTRUITO «LA VERA STORIA»

Mussa Dagh, epopea armena 1915: contro i turchi 5 mila disperati

9/4/2003

OGGI i miliziani curdi sciamano, felici, dai loro villaggi aggrappati alla montagne e si affrettano verso Mosul e Kirkuk: forse l’Occidente manterrà le promesse, questa volta ci sarà uno Stato anche per loro. Era aprile anche nel 1915 quando altri curdi scesero dai loro selvatici fortilizi egualmente gonfi di speranze. Montavano cavallini apocalittici, impugnavano ben saldi i coltellacci briganteschi. Per i turchi del tarlato impero ottomano non erano ancora nemici perfidi; anzi chi meglio di questa razza di predoni poteva tornare utile come manovale delle pulizie etniche, l’antidoto quando le mille tribù inquiete di un impero moribondo si intorbidano? C’era per le squadracce curde una missione da compiere: un popolo intero, gli armeni, ricchi cristiani e infidi, veniva offerto, completamente inerme, ai loro coltelli. Non era un delitto ma un massacro legale con tanto di timbri e autorizzazioni ufficiali. Gli armeni erano potenziali traditori mentre l’impero scambiava colpi feroci con russi e inglesi; e servivano come bersaglio per incendiare la rabbia tiepida dei fanatici. L’ideatore della carneficina, però, non era un istrione fondamentalista ma un musulmano raffinato, laico e modernista, Enver Pascià, legato a una setta, «Avatan», patria, che assomiglia al Baath di Saddam. «Non dobbiamo preoccuparci di quanto ci verrà chiesto fra tre o quattro anni - scriveva a un altro leader, Taalat Bey -. Se agiamo con raziocinio e decisione fra tre o quattro anni un problema armeno non ci sarà. Non ci saranno più armeni». Nella storia lunga e aggrovigliata del Vicino Oriente ci si scambia spesso il ruolo di carnefici e di vittime: curdi, turchi, armeni, sciiti, ebrei, palestinesi. Ma fu il genocidio degli armeni che scoperchiò e inaugurò il Baedeker di tutti gli orrori del secolo. Saddam Hussein quindici anni fa, con i gas, massacrò, affannandosi per due anni, duecentomila curdi. Nel 1915 i giannizzeri curdi sterminarono - con autarchica, primitiva efficienza - trecentomila armeni in pochi mesi con spade e baionette. Prelevato dai villaggi e dalle città, spogliato di tutto, senza cibo, un popolo intero si trascinò strisciando, lasciando un livido di scheletri, lungo la terra tra i due fiumi, dove anche oggi infuria la guerra, per centinaia di chilometri verso la destinazione finale: i deserti del Sud dell’Iraq. Taalat Bey, quando il segretario gli chiese cosa scrivere alla voce destinazione sui documenti che ordinavano quella migrazione senza ritorno rispose: «La destinazione non esiste. Scrivi nulla». Così accadde. Gli armeni furono ingoiati dal nulla. Il console russo di Khoi raccontò con queste parole il passaggio del popolo condannato a morte: «I pozzi della città sono pieni di sangue. I carnefici curdi legavano le vittime e le facevano scendere nei pozzi sino a che il corpo fosse immerso lasciando emergere solo la testa. Poi con un colpo di spada le decapitavano. La testa infilata in un palo veniva esposta in piazza. Ma quando avevano fretta inchiodavano gli armeni a un muro e li massacravano a colpi di sciabola». Uno degli episodi più straordinari del primo genocidio del secolo («l’unico episodio felice» diceva lo storico Toynbee) è raccontato in un libro serrato e straziante da Flavia Amabile e Marco Tosatti (La vera storia del Mussa Dagh, ed. Guerini, pp. 158, e 14). Scavando con certosina pazienza negli archivi, traducendo per la prima volta racconti dimenticati, hanno ridato vita a una epopea: quella di un gruppo di armeni scarmigliati - cinquemila, tra cui tremila donne vecchi e bambini - che rifiutarono di farsi massacrare come armenti e salirono con biblica baldanza e vecchi archibugi sulla «montagna di Mosè», a pochi chilometri da Antiochia. Per quaranta, incredibili giorni respinsero le truppe turche; infine, stremati, furono tratti in salvo da una squadra navale francese che li trasportò a Porto Said. Nel 1929 uno scrittore austriaco aveva scoperto per primo questa epopea dimenticata. Franz Werfel non era armeno, era ebreo, portava nel sangue la lunga memoria del Grande Male. Si era commosso vedendo bambini armeni, figli di quella tragedia del 1915, i pochi sopravvissuti agli artigli dei massacratori curdi, lavorare dodici, tredici ore per pochi centesimi nelle fabbriche austriache. Affrontò la storia del Mussa Dagh con furia e passione, inventò personaggi, arricchì, arredò, costruì un bestseller che fece piangere l’Europa. Uno dei protagonisti del libro è il sacerdote e filantropo tedesco che, avvertito del massacro, tenta a Costantinopoli di impietosire Enver Pascià. Il carnefice turco replica, compito, con una domanda: «La Germania ha pochi nemici interni, ma posto il caso che in altre circostanze ne avesse, supponiamo franco-alsaziani o ebrei, non approverebbe allora qualsiasi mezzo per liberarsi del nemico interno quando già si è assediati da nemici esterni? Giudicherebbe crudeli le persecuzioni?». Il samaritano tedesco risponde: «Se il governo del mio popolo procedesse contro i suoi conterranei di altra razza o di altra opinione in modo ingiusto o illegale, io lascerei all’istante la Germania e andrei in America». Una profezia. Werfel, rinchiuso in un Lager dai nazisti, riuscì a fuggire e si rifugiò negli Stati Uniti.

Domenico Quirico

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