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IRAQ: Il teatro naturale del mito

Da: da La Gazzetta Politica
Categoria: Articolo stampa
Nome remoto: 213.156.35.139
Data: 23 Apr 2003
Ora: 11:35:53

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Diluvi universali

Mito e storia dei grandi cataclismi che hanno investito le terre del Medio Oriente: la leggenda di Deucalione, la tradizione biblica, il poema di Gilgamesh fino all’epopea del dittatore irachenoSaddam Hussein

Mesi fa, rileggendo alcuni brani del sesto libro delle Storie di Polibio- in particolare quei passi in cui i sistemi di governo dell'antichità sono analizzati e messi a confronto con i superiori ordinamenti politici della Roma repubblicana - mi colpì l'affermazione che, in conseguenza di cataclismi, pestilenze ed altre calamità naturali, "…avviene una distruzione del genere umano simile a quelle che sappiamo essere già avvenute…" e, tuttavia, "…dai sopravvissuti come da semi germoglia di nuovo, col tempo, la moltitudine degli uomini…".

La circolarità degli eventi

L'idea di un andamento ciclico della storia dell'uomo e dei sistemi politici e costituzionali secondo un naturale svolgimento attraverso fasi di nascita, sviluppo e corruzione, non è creazione originale di Polibio, e sarà un motivo ricorrente della concezione della storia nelle culture occidentali. Tuttavia, nel passo di Polibio avvertivo come un'eco del celebre racconto del 'Diluvio Universale', ben noto attraverso la millenaria tradizione biblica, ma conosciuto anche grazie ad un gran numero di versioni, circa 400, riconducibili a tradizioni tra loro indipendenti, oltre che geograficamente molto distanti. Presso la maggior parte dei popoli della terra si ritrovano paralleli racconti di una immane catastrofe, che sembra abbia quasi cancellato il genere umano, come il mito greco del Diluvio di Deucalione, le storie di grandi cataclismi note agli aborigeni del continente americano prima dell'arrivo dei conquistatori europei alla fine del '400, le narrazioni mitiche ed escatologiche diffuse in India, Tibet, Australia, Polinesia. Ma la tradizione del diluvio universale più antica è quella pervenutaci attraverso le tavolette di terracotta rinvenute in Mesopotamia tra la fine dell''800 e gli inizi del '900, contenenti testi in lingua sumera e accadica, che riportano la storia del diluvio e dell'arca su cui trovò scampo una ristretta rappresentanza del genere umano, di animali e di piante allora esistenti. Il testo mesopotamico più antico è quello della tavoletta ritrovata nell'antica Nippur nel 1895 e risalente agli inizi del secondo millennio a.C., un po' meno di 4.000 anni fa. Il racconto più completo del diluvio è invece quello incluso nel Poema di Gilgamesh, eroe leggendario la cui epopea fu rivelata dalle tavolette rinvenute tra i resti della biblioteca di Ninive, una delle più celebri dell’antichità, sulla sponda del fiume Tigri, non lontano dalla moderna Mosul, in Iraq. E proprio alla tradizione mesopotamica è ispirato il racconto biblico, con l'introduzione di alcune varianti, che tuttavia non sconfessano la sostanziale dipendenza della narrazione biblica dal più antico modello mesopotamico.

Le mille versioni del diluvio

Ma, nonostante la basilare concordanza di queste due importanti tradizioni, l'esistenza di molte altre versioni, originatesi autonomamente, redatte in lingue diverse ed appartenenti a territori e culture molto lontane tra loro, può farci escludere l'ipotesi che tutti questi racconti possano riferirsi ad uno specifico evento, circoscritto nel tempo e nello spazio, la cui narrazione si sia in seguito diffusa a macchia d'olio su gran parte delle terre abitate. Gli scavi condotti agli inizi del '900 dagli archeologi Woolley e Langdon in modo indipendente in diversi siti dell'attuale Iraq - il primo a Ur, il secondo a Kish - hanno accertato l'esistenza di depositi alluvionali consistenti in strati argillosi alti fino a tre metri, evidente testimonianza di grandi inondazioni che sconvolsero quei territori tra il quinto e il quarto millennio a.C., cioè circa 6.000 anni fa. La quasi contemporanea scoperta di questi spessi sedimenti aveva inizialmente fatto pensare al ritrovamento delle tracce materiali del diluvio, che sembrava così riemergere improvvisamente dalle nebbie del mito. Ma successive analisi portarono a de scludere l'ipotesi che si trattasse di un unico cataclisma che aveva interessato la Mesopotamia. Il brano di Polibio appare compatibile con l'ipotesi di ripetute inondazioni di varia intensità, una delle quali - il diluvio - così gigantesca da ricoprire tutta la superficie terrestre, da subissare le cime dei monti e da richiedere come unico mezzo di salvezza un'imbarcazione in grado di galleggiare sulla enorme distesa d'acqua prodottasi. L'umanità avrebbe conservato memoria di questo straordinario evento, entrato nella mitologia di tutte le popolazioni allora esistenti, cui si sarebbero sovrapposti i racconti di altre catastrofi di proporzioni più contenute e circoscritte ad ambiti geografici più limitati. Secondo W. Keller "…il diluvio di Woolley non era evidentemente tale da essere paragonato al diluvio universale della Bibbia…forse si riflettono qui tradizioni molto più antiche, che risalgono a millenni prima del diluvio rilevato da Woolley a Ur, fino all'epoca dello scioglimento delle gigantesche masse di ghiaccio della glaciazione, quando i mari salirono di circa 200 metri…". Ma c'è ancora qualcosa da evidenziare nel testo di Polibio: il riferimento ai 'semi' (in greco spérmata) dell'uomo sembra un preciso richiamo alla tradizione mesopotamica del diluvio, confrontabile con i corrispondenti passi dei testi menzionati: "Arriverà un diluvio sui luoghi santi, causato da noi (dei)…e così il seme dell'umanità sarà distrutto…", riferisce la tavoletta da Nippur. "Caricai (la nave) con tutto ciò che avevo, con tutto l'oro e l'argento che avevo, con tutti i semi della vita che avevo…", si legge nel corrispondente passo dell'epopea di Gilgamesh. Se invece si esamina il racconto biblico del diluvio e dell'arca di Noè, vi troviamo il riferimento al salvataggio di coppie di animali, oltre alla famiglia dello stesso Noè: "E io, ecco, sto per mandare il diluvio sulla terra, per distruggere sotto il cielo ogni carne in cui è alito di vita. Tutto quanto è sulla terra perirà…Di quanto vive, di ogni carne, introdurrai nell'arca due per specie per conservarli in vita con te…". Ciò dovette comunque avvenire in un'età in cui i sopravvissuti erano già in grado di tramandare oralmente la notizia del catastrofico evento. Ma a voler vedere oltre e più in dettaglio tra le pieghe del passo polibiano, il riferimento ai 'semi' potrebbe costituire una spia di quella rivoluzione tecnologica e culturale originatasi in età neolitica in quegli stessi territori, anche noti come 'Mezzaluna Fertile': la nascita dell'agricoltura.

Il presupposto evolutivo

Ma una importante questione andava ora affrontata. Quali erano le effettive capacità di trasmissione orale, cioè di comunicazione verbale dell'uomo all'epoca del presunto diluvio universale? Erano esse tali da consentire una così dettagliata descrizione del cataclisma? Su tale problema non c'è accordo tra gli studiosi. Cavalli-Sforza e i suoi collaboratori, dopo aver compiuto ricerche per oltre quarant'anni sul patrimonio genetico di un vasto campione della popolazione umana, hanno costruito le mappe della distribuzione di centinaia di geni su scala mondiale ma, allo stesso tempo, hanno verificato uno straordinario parallelismo tra queste mappe e quelle che si ricavano dalla distribuzione delle famiglie linguistiche di tutto il mondo. Ulteriori confronti con i dati archeologici e paleoantropologici sembrano confermare tali risultati, consentendo di costruire un'ipotesi generale, in cui lingue, popoli e geni umani si sarebbero irradiati parallelamente attraverso successive spinte migratorie, la prima delle quali partita dall'Africa intorno a 70-80.000 anni fa. Ancora fino a 10.000 anni fa la vita umana era regolata dagli usi dei cacciatori-raccoglitori, che non producevano il loro cibo ma si nutrivano di ciò che esisteva in natura. Con il passaggio dal Paleolitico al Mesolitico e, quindi, al Neolitico, l'agricoltura si afferma introducendo un modello di vita completamente nuovo, tale da consentire maggiore stabilità e sicurezza e da innescare un'improvvisa crescita della popolazione mondiale, una vera e propria 'esplosione demografica', tuttora in atto. La diffusione dell'indoeuropeo dalle terre della cultura 'kurgan', tra le steppe del Caucaso, corrisponderebbe invece ad una ondata migratoria posteriore di alcune migliaia di anni. In definitiva, tutti i fenomeni sin qui considerati sembrano prendere avvio da una stessa area, corrispondente in gran parte al territorio chiamato in causa dalle più antiche descrizioni del diluvio universale. Semplici coincidenze?

Il teatro naturale del mito

Per dare risposta ai miei quesiti, mi sembrò opportuno esaminare più da vicino le caratteristiche geomorfologiche dell’area. Una delle più antiche vie carovaniere, forse la più importante rotta commerciale del mondo antico, conduce dall'alto Eufrate ai centri di Palmira e Damasco fino alla valle del fiume Giordano, e ancora verso sud in direzione dell'Egitto. Lungo questa via si incontra la più profonda depressione non invasa dal mare, che esista sulla terra. In direzione nord-sud si estende invece una dorsale collinare, lunga 15 chilometri e alta 45 metri, sul cui pendio si osserva una analoga diffusa presenza di cristalli di sale. Qui l'altura del 'Gebel Usdim' conserva nel nome il ricordo della biblica città di 'Sodoma', di cui viene descritta la distruzione ad opera di un cataclisma. Grossi blocchi di sale, precipitati giù dalla collina, richiamano la descrizione biblica della moglie di Lot, trasformata appunto in una statua di sale. La tradizione della distruzione di Sodoma e Gomorra, come punizione per la loro corruzione, potrebbe anche qui essere connessa con una catastrofe naturale, come una violenta eruzione risalente ad almeno 10.000 anni fa. Anche Keller ipotizza che gli abitanti di questo territorio abbiano tramandato oralmente di generazione in generazione il racconto della scomparsa delle due città sotto un enorme fiume di magma incandescente. Le versioni più antiche risalgono a circa 4.000 anni fa ma ricalcano una precedente tradizione orale. In esso è narrata la lotta tra Ninurta, dio dei temporali, e il demone Kur. Ninurta affronta e vince Kur, ma insorgono gravi problemi: il mare primordiale cresce di livello e superati i monti, sparge ovunque il dannoso sale fino a che le acque del Tigri non tracimano dal loro alveo per liberare la terra dal sale. Come per la depressione del Giordano e del Mar Morto, anche qui sono adombrate catastrofiche inondazioni delle acque del mare e la formazione di depositi salini. Pertanto, la grande fossa tettonica che incide profondamente questo territorio avrebbe funzionato da provvidenziale canale di drenaggio delle acque del mare. In questa situazione, Utnapishtim, l'equivalente del biblico Noè nel poema di Gilgamesh, poteva preoccuparsi di custodire tra i 'semi della vita' quelli destinati a far rinascere l'agricoltura dopo il ritiro delle acque del diluvio. Avevo appena terminato di scrivere questo piccolo saggio quando le forze alleate anglo-americane iniziarono a bombardare l'Iraq. Un nuovo diluvio stava per abbattersi su quei territori.

( Giuseppe Maiorano )

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