Da: dal Corriere della Sera
Categoria: Articolo stampa
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Data: 08 May 2003
Ora: 12:24:22
Konràd, volto umano dell’antipolitica
di CLAUDIO MAGRIS
I l socialismo dal volto umano, proclamato dalla primavera praghese che voleva conciliare comunismo e democrazia, è stato stroncato dalla repressione sovietica del ’68. Ma il socialismo si è sempre presentato con quel volto, come l’immagine stessa di una fraterna e universale umanità, colta e difesa in ogni individuo; forse questo suo afflato così ampio è stato pure la sua debolezza, ciò che ha permesso ai movimenti e agli uomini politici più diversi di fregiarsi e di abusare del suo nome. Nonostante questo, il socialismo è stato finora l’ultima visione del mondo che pareva offrire una speranza di governare umanamente il selvaggio divenire del mondo stesso. La sua attuale eclissi è innegabile, ma non implica necessariamente la sua morte definitiva, come crede chi ritiene, ogni volta, che lo stato delle cose in quel momento sia lo stadio finale e immutabile della storia, la quale invece riserva tutte le sorprese possibili, in bene e in male. Nei paesi dell’Europa centro-orientale soffocata per decenni dal «socialismo reale» dei regimi di marca sovietica, i dissidenti che hanno difeso la libertà l’hanno fatto, molto spesso, in nome dell’umanesimo appreso dal socialismo, in nome del socialismo dal volto umano, così come la rivoluzione ungherese del ’56 l’hanno fatta soprattutto gli operai socialisti, come scriveva allora sul «Corriere» Montanelli, destando lo scandalo dei retrivi benpensanti. È per questo che nei decenni passati il più autentico retaggio dell’umanesimo europeo, dei suoi valori «universali-umani» si trovava nei paesi dell’est, fra gli oppositori, spesso socialisti, del socialismo reale, uomini ancora classici, individui nel senso forte del termine, ben diversi dalla gelatinosa folla senza volto che stavamo e stiamo divenendo.
György Konràd, lo scrittore ungherese che in questi giorni ha compiuto 70 anni e che il 9 maggio lascia la presidenza della prestigiosa Akademie der Künste di Berlino, è una di queste grandi figure che - con la dirittura e il coraggio della loro vita e della loro opera - aiutano a guardare in faccia con meno paura la storia e ad affrontare la sfinge con cuore più forte. Celebrato in tutta Europa e specialmente in Germania, Konràd, diversamente dai petulanti contestatori da salotto e dai supponenti ultra anarco-liberisti - che da noi sono così frequenti e sono spesso, a distanza di pochi anni, le stesse persone - non ha potuto prendersi il lusso di nessuna civetteria intellettuale. Nato a Debrecen nel 1933 da una famiglia ebraica, Konràd ha conosciuto la guerra, l’occupazione hitleriana, l’efferato antisemitismo dei nazisti e dei loro sgherri ungheresi, i «crociofrecciati», lo sterminio che ha colpito pure la sua famiglia e di cui ha scritto con potenza poetica anche nel suo recentissimo romanzo Fortuna , asciutto e struggente racconto del sopravvissuto e della vita mutilata e spenta da quell’orrore. Fedele agli ideali di giustizia e di libertà, trovati nel socialismo e poi nel dissenso dal regime comunista, Konràd è stato un oppositore fermo ed esemplare di quel regime, pagandone un difficile prezzo e senza venirne scalfito nella sua fraterna e calda umanità. Scrittore complesso e inquietante, egli rappresenta con grande intensità gli indecifrabili labirinti del reale, come rivela il suo capolavoro Il visitatore , tradotto in italiano da Magda Montanelli Molnar; uno scrittore che fa vedere pure il rovescio delle cose, l’umanità - come dice il romanzo Il perdente , tradotto da Bruno Ventavoli - seduto sulla panchina davanti al manicomio. Konràd incarna, come pochi altri, la Mitteleuropa, col suo umanesimo ironico, esperto del disagio e del grottesco della storia e così capace di resistervi. Non a caso il suo libro Antipolitica - ripreso e rielaborato nel più recente volume Il terzo sguardo. Considerazioni di un antipolitico - reca come sottotitolo Meditazioni mitteleuropee . In questo saggio Konràd difende l’umano, l’individuale, il particolare dall’aggressione totalizzante della politica; non solo di quella dei regimi tirannici, ma della politica in sé, che tende a inglobare interamente l’uomo, a invadere e occupare integralmente il territorio della sua vita. In questa guerriglia dell’individuo contro ogni assorbimento totalitario della sua persona c’è il sale della Mitteleuropa e c’è quel «volto umano» affermato dal socialismo. Quest’ultimo è a terra e la civiltà mitteleuropea sta scomparendo; angariata e immiserita dal comunismo sembra ansiosa di cancellare la propria plurisecolare diversità e di scimmiottare senza dignità i nuovi ricchi e i nuovi potenti. Come scriveva anni fa Havel, quand’era in una prigione comunista, quella falsificazione che aveva luogo allora in quei paesi era un memento che mostrava pure il latente, futuro destino dell’Occidente. Oggi - ha detto un altro grande dissidente che ha passato anni nelle carceri comuniste, Adam Michnìk - ci sarebbe bisogno di un «anticomunismo dal volto umano», che però, se ci si guarda in giro, si vede assai poco. Non c’è da stare allegri, ma non credo che un uomo come György Konràd, così esperto di catastrofi, possa lasciarsi intimidire. La «fortuna» di essere un sopravvissuto è anche amara, ma non toglie il gusto di vivere, il piacere dell’amicizia, la gagliardia del «buon combattimento», la forza di creare. Buon compleanno, György, amico nostro.
© Corriere della Sera
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