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Riformismo e prassi riformista: identikit di una politica che non c'è

Da: Carnet
Categoria: Liberalsocialismo
Nome remoto: 62.98.134.161
Data: 28 mag 2003
Ora: 00:40:26

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Tempo fa ho avuto modo di sentir dire da Ugo Intini che lo scenario ideale per il futuro della politica italiana ed europea sarebbe la costituzione di uno spettro politico-parlamentare che permetta una contrapposizione in cui, a seconda dei risultati elettorali, si abbiano governi un po' più di centrosinistra o un po' più di centrodestra, dando ad intendere che, anche a causa della necessità di confronto tra capi di stato di opposta estrazione politica sullo scenario continentale, l'azione di un governo non cambierebbe in modo significativo a seconda del tipo di maggioranza che lo sostiene. In sostanza, mi sembra che in primo luogo si tratti di una semplice presa d'atto della realtà in cui ci trovavamo all'epoca in cui Intini tenne quest'intervento l'anno scorso; in secondo luogo, di una rinuncia della politica di fronte al potere dell'economia e della grande finanza nell'ambito della globalizzazione e dell'Europa "burocratico-centralista-monetaria" che è stata costruita fino ad ora. Adesso lo scenario è cambiato: la sinistra francese che fu di Mitterrand si è miseramente dissolta, quella tedesca si trova a governare una situazione difficile, quella spagnola si trova irrimediabilmente all'opposizione mentre Aznar guida la modernizzazione del paese, e la situazione italiana è ben nota. La crisi dei gruppi dirigenti è quindi generalizzata, abbiamo una generazione che non è all'altezza di quelle precedenti. Occorre un'azione politica volta a rilanciare il ruolo propulsivo dell'impaludata sinistra europea. Ora, dal mio punto di vista, essere riformista non significa essere un moderato di sinistra, alla Intini o alla D'Alema, ma l'esatto contrario! Il riformista dovrebbe avere una marcia in più rispetto a tutti gli altri; si tratta di una mentalità con cui approcciare i problemi, inserendo le questioni contingenti in uno scenario ampio e con uno sforzo di lucida progettualità sconosciuto ad altre filosofie politiche. Inoltre, quella riformista è una prassi particolarmente efficace per chi si trova all'opposizione. Esempio: le riforme istituzionali. Cofferati, dalla sua ottica, snobba la questione; D'Alema si limita, come purtroppo capita sempre al gruppo dirigente ulivista, a rincorrere il governo sulla sua strada. Ma un'opposizione efficace, e riformista, dovrebbe andare oltre, dovrebbe scavalcare l'azione di governo proponendo soluzioni molto più avanzate e risolutive. Il governo vuole riaprire il tavolo delle riforme istituzionali? C'è il rischio che tutto finisca in una bolla di sapone come l'altra volta? C'è il rischio che poi la destra proceda a colpi di maggioranza? Bene, basta tavoli, confronti, commissioni, dilazioni: proponiamo l'assemblea costituente! L'elettorato viene chiamato ad eleggere l'assemblea costituente con lo specifico ed esclusivo mandato di fare la nuova costituzione, e questo impedisce fin dall'inizio la possibilità di un fallimento: fino a quando non si sono fatte le riforme non si esce dall'aula! L'assemblea costituente separa l'azione legislativa ordinaria da quella straordinaria, limitando, per quanto possibile, la sovrapposizione di questioni politiche contingenti e dibattito costituente. In ultima istanza: diamo inizio ad una fase costituente che dovrà necessariamente estendersi a tutta l'Europa, se vogliamo trasformare l'unione burocratico-monetaria in unione politica, in cui l'azione dell'esecutivo europeo abbia confini delineati e sia legittimata dal voto del corpo elettorale dell'Unione. E' una cosa da farsi subito, con l'allargamento ad est e l’imminente fallimento della illegittima (in quanto non investita dal voto popolare) Convenzione, bisogna incominciare almeno a parlarne ora prima che sia troppo tardi.

Altro esempio: la politica economica. Un riformista dovrebbe avere ben presente il fatto che la sopravvivenza dell'economia italiana, se non proprio quella europea, è legata alla qualità del prodotto in un regime di concorrenza. E' quindi necessario procedere alla smobilitazione di tutto ciò che gli altri fanno meglio di noi e a costi minori per specializzarsi nelle nostre attività peculiari e proteggerle dai tentativi di annientamento che, nella comoda culla burocratico-centralista dell'Unione europea, le multinazionali mettono in atto. Si tratta di argomenti che fanno presa sull'opinione pubblica! La lotta ai cartelli e alla speculazione si riflette sul quotidiano e, se presentata nelle giuste modalità, coinvolgerebbe molto di più dei falsi problemi montati ad arte come l'articolo 18. Invece il gruppo dirigente ulivista, che in un futuro più o meno lontano dovrebbe essere l'anima riformista della sinistra, si trova a rincorrere la sinistra antagonista da una parte e il governo dall'altra, rimanendo sempre inerme e privo di idee e proposte decenti. Nel rapporto con i possibili alleati, non è più l'epoca delle coalizioni fra partiti; anzi, a margine aggiungo che chi è riformista dovrebbe procedere ad una profonda revisione della forma-partito tradizionale, che perde sempre più voti e iscritti (qualcuno lo spieghi a D'Alema per favore!). E' importante invece accogliere i contributi programmatici di quei settori dell'intellighenzia e della società civile che coltivano idee avanzate. Ci sono tanti accademici che sono marginalizzati perchè non aderiscono a nessuna chiesa e sono schiettamente laici e liberali; ci sono i radicali, unica forza politica incurante di sondaggi d'opinione e impegnata in uno sforzo progettuale che non ha eguali in Europa: vanno ascoltati per le questioni di politica estera e per la lotta per la democrazia e i diritti civili, che un riformista non può lasciare in un angolo.

Soprattutto, che si scrollino di dosso la paura di perdere, di essere sempre minoritari: se siamo democratici si accetta il confronto a viso aperto davanti all'opinione pubblica, nella convinzione che le nostre idee sono le migliori e che siamo i più bravi a farle passare, perchè diamo risposte di ampio respiro alle necessità del paese. Una minoranza coraggiosa e combattiva, che si rende riconoscibile e non trasforma la presa d'atto di una situazione sfavorevole in rassegnazione, può avere successo.

Lo spettro di forze da coinvolgere in un processo di ricomposizione di un soggetto politico socialista e riformista è ben individuato e necessario, per non incorrere in contraddizioni in una eventuale fase programmatica. Ma è molto importante prendere in considerazione la formula e la prassi da seguire per fare politica riformista oggi. I riformisti, o sedicenti tali, tendono adesso a chiudersi nel mondo dei dirigenti politici, a discutere e confrontarsi con i loro pari; il dibattito politico nella sinistra “non antagonista” è spesso una questione da convegni di fondazioni e riunioni di partito, mentre quelle che una volta venivano chiamate “le masse” sono attratte da coloro che non hanno mai occupato un seggio in parlamento, che si presentano più simili ai semplici cittadini che vogliono essere coinvolti (professori universitari, registi cinematografici, sindacalisti, giornalisti). Ricordiamoci che viviamo nell’epoca post tangentopoli, in un’epoca cioè, in cui essere onorevole rappresenta un titolo di demerito, perché incarna la figura di chi corrompe la politica dedicandosi a giochi di potere. Ora, se vogliamo rendere lustro alla politica e a chi la fa, è necessario che i riformisti si rendano immediatamente riconoscibili nel confuso spettro della sinistra, e che come tali si rivolgano proprio a coloro che esigono una classe dirigente più capace e una maggiore attenzione ai problemi del paese. In fondo Cofferati & C. sono gente che non propone nulla e che adesso rischia di sprofondare al primo problema (il referendum sull’art.18).

In secondo luogo, il gradualismo ed il pragmatismo non devono essere confusi con moderatismo! I riformisti devono essere artefici di una prassi che spinga sempre oltre il confine di ciò che sembra possibile, che guardi ai problemi senza rimanere in superficie. E’ necessario innanzi tutto partire dal nodo dell’informazione. Le ipocrisie e le mancanze dei soggetti economico-finanziari che sono protagonisti del processo di globalizzazione devono essere svelate e messe alla berlina; il soffocamento dell’economia liberista in un mare di cartelli e protezioni deve essere sottoposta al giudizio dell’opinione pubblica facendo nomi e cognomi; la riduzione della grande idea dell’Europa politica dipendente dal voto dei cittadini in una lega centralistica di burocrati legati più alle multinazionali che ai soggetti statuali deve essere un cavallo di battaglia. Purtroppo ci stiamo facendo rubare quelli che dovrebbero essere i nostri argomenti dalla sinistra antagonista, che fa proseliti con analisi parziali e proposte ideologiche, mentre l’intellighenzia non schierata, estromessa dall’establishment per motivi politici, avanza proposte moderne e liberali. Possibile che questa parte illuminata della società civile del paese debba essere una risorsa solo per Beppe Grillo e per i radicali? E i riformisti che fanno? Stanno a guardarsi negli occhi e a polemizzare con l’Unità e con il correntone DS? Nel frattempo il mondo va avanti senza il loro contributo!

In tale contesto la strategia di De Michelis è lungimirante: attendere lo sfaldamento e la necessaria rottura all'interno dei DS per poi trascinare i "non antagonisti" nella formazione di una forza riformista vera. Se la strategia è chiara, rimane un interrogativo per quanto riguarda la tattica: come agevolare e accelerare questo necessario decorso delle vicende della sinistra?

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