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George Orwell, il santo laico della sinistra british

Da: da Il Riformista
Categoria: Articolo stampa
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Data: 11 giu 2003
Ora: 17:11:38

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ANNIVERSARI. NASCEVA 100 ANNI FA LO SCRITTORE CHE TRA I PRIMI SMASCHERÒ L’ESPERIMENTO SOVIETICO

George Orwell, il santo laico della sinistra british

Ma il suo successo è trasversale: patrono dei riformisti e dei maverick piace anche alla destra di Major

Sembra incredibile, oggi, che anche nel Regno Unito gli intellettuali di sinistra (laburisti quanto comunisti) fossero a favore dell'Unione Sovietica, almeno fino ai fatti di Ungheria del '56, come i loro corrispettivi continentali. La percezione che in Europa si ha della sinistra britannica - pragmatica, moderata, scettica alle suggestioni marxiste-leniniste - deve molto all'operato di un uomo singolo, che attraverso un paio di romanzi famosi e diverse decine di articoli, aveva distrutto la reputazione dell'esperimento sovietico molto prima che qualsiasi altro intellettuale di sinistra europeo si fosse degnato di dare uno sguardo agli orrori staliniani. Ma il successo quasi plebiscitario di La fattoria degli animali (1945) e poi 1984 (1949) in patria (che poi furono tradotti in 60 lingue, vendendo 40 milioni di copie in tutto il mondo) non fu accompagnato dall'acclamazione dei compagni laburisti e nei vari circoli e organi di sinistra: per molti di loro, George Orwell rimane tuttora un traditore della «causa». Nel 1937 l'editore progressista Victor Gollancz aveva concesso di pubblicare per il suo Left Book Club La strada per Wigan Pier, un reportage sulla disperazione dei disoccupati del Nord Inghilterra, con una prefazione di Gollancz, in stile «Avvertenze per la salute»: «questo libro non è in linea con i principi di quest'associazione nella lotta contro la Guerra e il Fascismo». Il suo magistrale Omaggio alla Catalogna fu snobbato alla sua uscita nel 1938 dai lettori colti inglesi, e vendette solo 700 copie, ma a distanza di 65 anni, rimane la più efficace denuncia dello stalinismo in versione export. Ma prima del successone di Animal farm Orwell fu noto solo ad un giro molto ristretto (e ostile) di persone. Nel 1945 a Parigi (da dove mandava reportage all'Observer sull'Europa dopo il collasso del Nazismo) si fece prestare da Ernest Hemingway una Colt 38 «per difendermi contro la vendetta stalinista: mi vogliono morto». Quest'anno si festeggia invece il centenario della sua nascita (in Bengala, nell'India imperiale britannica) il 25 giugno, con la consueta valanga di conferenze, convegni e biografie. Escludendo l'inevitabile Winston Churchill, Orwell (al secolo, Eric Anthony Blair) è secondo diverse indagini, l'inglese del 900 più ammirato in assoluto. Nonostante il suo ateismo, e l'odio per il culto dei santi, Orwell rimane «il santo laico» più riverito dagli inglesi. Ardente eurofilo ma ironico patriota inglese (i suoi saggi su «come fare la perfetta cup of tea», «i connotati del pub ideale inglese», «le cartoline balneari amiccanti», «i comics dei ragazzi» precedono le analisi di Roland Barthes di una ventina d'anni), militante anti-imperialista ma perfetto erede del patrimonio culturale dell'«imperialista» Rudyard Kipling, commosso solidarista della classe operaia in tutto il mondo e nemico giurato del class system, ma anche raffinato prodotto di Eton, il college più posh del Regno Unito, Orwell è tutto e il contrario di tutto. Piace alla destra inglese per i suoi elogi alla vita semplice di campagna (l'ex premier tory John Major fu sfottuto per le sue citazioni nostalgiche rubate da un saggio orwelliano), quanto ai liberali di tutto il mondo per la coerente denuncia al totalitarismo in tutte le sue forme, come alla sinistra moderata storica inglese per la sua denuncia dei «Blimps» (i «babbioni ipocriti e reazionari») che gestivano una volta l'establishment. Santo laico per gli inglesi, ma anche santo patrono di tutti i riformisti illuminati e dei «maverick» che non temono di rimanere in minoranza, data la sua eccezionale e coraggiosa vocazione a prendere posizioni controcorrente. Ha difeso lo scrittore PG Wodehouse dagli spuri attacchi di filonazismo trent'anni prima degli altri e non ha mai temuto di offendere gli scrittori amici con stroncature di cui è stato vittima anche H.G. Wells. Orwell rimane il supremo stylist del linguaggio semplice. Nessun altro scrittore anglofono è riuscito ad esprimere concetti complessi in un linguaggio tanto modesto e scarno di aggettivi, quasi banale. Per oltre 30 anni, il suo è rimasto l'ufficiale house style del domenicale londinese l'Observer per il quale collaborava. Oltre l'ovvio e continuo successo dei suoi libri, è notevole soprattutto la permanenza delle sue idee, delle sue intuizioni, e persino del modo di scrivere. Insieme a Shakespeare, Shaw (shavian), Wilde e Harold Pinter (pinteresque) fa parte di quel pantheon esclusivo di scrittori inglesi che vantano l'aggettivo qualificante: anche in italiano, «orwelliano» possiede un significato forte e preciso non concesso ad altri scrittori. Scontata l'influenza di 1984 per il titolo, e il concetto del più popolare format di reality tv al mondo («Big Brother/Grande Fratello»), termini come «doublethink» (bipensiero), «thought police» (psicopolizia) e «Newspeak» (neolingua) sono entrati nella cultura moderna, e battute grottesche come «tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali di altri». I prossimi convegni in Gran Bretagna, America e in Australia tratteranno temi orwelliani come la sorveglianza elettronica, il conformismo politico, e la propaganda politica, mentre altri (come l'Edinburgh Literary Festival) cercheranno di fare le pulci alla guerra in Iraq «dalla prospettiva di Orwell», o (come il celeberrimo Festival di Hay-on-Wye nella campagna inglese, che il sempre ruffiano Bill Clinton ha definito una «Woodstock for the Mind») dibattere il rapporto del premier Anthony Blair con la manipolazione della verità (rispetto alla polemica sulle relazione pubblicate sulle Wmd in Iraq) alla luce delle intuizioni dello scrittore Eric Anthony Blair. Una nota più critica viene invece da due delle biografie recenti (Gordon Bowker e DJ Taylor) che mettono in dubbio alcuni suoi racconti di gioventù, presentando uno di scrittore bugiardo che sconcerta non poco, visto che si tratta di colui che predicava contro «ogni falsità scritta». La sua morte, nel 1950, per tubercolosi, fu doppiamente tragica: aveva solo 46 anni ed era all'apice della sua carriera. Che forse non sarebbe stata stroncata così presto se Owell si fosse curato con le medicine giuste, evitando l'«auto-esilio» che si era imposto su di un'isoletta sperduta della costa occidentale scozzese, a quattro ore a piedi del medico più vicino, in un cottage fatiscente senza acqua calda e lenzuola ai letti.

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