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PERCHÉ SIAMO ANCORA GRECO-ROMANI

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Data: 30 ott 2003
Ora: 17:26:51

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PERCHÉ SIAMO ANCORA GRECO-ROMANI

Diritto, arte, ma anche geometria un filo rosso dai Quiriti a oggi

di ONORATO BUCCI

SIAMO ancora, in Italia, in Europa e nell'Occidente, una civiltà che ha radici classiche, greco-romane? E quanto della latinità è rimasto della nostra cultura? E ancor valida l'idea di Roma oggi, con tutto il suo messaggio culturale (storico, giuridico e sociale)? La risposta degli studiosi riuniti a Torino è stata positiva, ma dire che oggi siamo ancora una civiltà greco romana e che la nostra cultura è fondamentalmente ancora quella latina vuol dire chiederci anche cosa di questa consapevolezza sia giunta a noi dal nostro passato (prossimo e lontano) e come questa consapevolezza ci sia stata trasferita. Se lo chiedeva già Polibio nel III secolo a. C., e il grande storico rispondeva che la grandezza della civiltà romana stava nel ritenere che la misura della storia non è tanto l'orgoglio nazionale ma il bene degli uomini. Per questa ragione, aggiungeva, bisogna farsi romani ed è a partire da Polibio che civiltà greca e civiltà romana si compenetrano al punto tale da diventare una, la greco-romana. Fu quella consapevolezza, e il ritenere di conseguenza che Roma fosse (o fosse diventata) città greca, che portò una miriade di Greci nell'Urbe e che rese Greci i Romani; fu quella consapevolezza che permise a questi ultimi di dar vita, a partire dalla riflessione del pontefice Quinto Muzio Scevola, alla dottrina giurisprudenziale, ordinandola sul modello della filosofia e della geometria greca e che diventerà il vanto del diritto romano e poi della tradizione giuridica europea, dalla scuola di Bologna al Codice napoleonico, influenzando non poco il pensiero giuridico del common law attraverso la dottrina del precedente nata dall'esperienza del pretore romano. Ed è l'eredità della giurisprudenza romana che ci fa tutti di tradizione latina. Verso la fine dell'Impero d'Occidente, l'ultimo prefetto pagano Simmaco nello scongiurare l'imperatore Graziano di non abolire il culto della Dea della Vittoria ricorda ai Cristiani di non comportarsi come i Pagani fecero con loro ma di essere tolleranti verso la cultura latina ora minoritaria. Agostino di Ippona dalla storia romana e dall'eredità latina trarrà la dottrina delle due città, celeste e terrena. Detterà le leggi di convivenza fatte proprie dalla Chiesa medievale per cui le due città devono convivere nella storia. L'insegnamento del Vescovo di Roma, da Gregorio Magno in poi, avviene lungo la tradizione latina e i fastigi del diritto romano trasferendo quella e questi ultimi al Rinascimento già prefigurato in Arnaldo da Brescia che ne individua l'aspetto laico rinnovandone le leggi e facendo sì che Roma e la latinità diventassero paradossalmente il parametro delle libertà municipali contro l'Impero. Dal Rinascimento l'idea di Roma e della latinità passano all'epoca moderna: la Rivoluzione francese e quella napoletana crescono e si vivificano sulle radici di Roma e Mario Pagano, che insegnava Diritto Romano, ricordava che le leggi erano nate dalla volontà assembleare delle ecclesìe greche e degli antichi Comizi curiati. Tutto il Risorgimento italiano rivà alle fonti romane e la latinità è presente negli inni e nei motti risorgimentali. Ben prima del Fascismo fu la Rivoluzione Francese a trovare nel fascio littorio il simbolo della Repubblica. E non è un caso che i Padri della Costituzione americana si rifecero apertamente alle istituzioni repubblicane di Roma antica nel redigere quest'ultima. In un modo o nell'altro tutta la storia dell'Occidente vive dell'idea della classicità. Tutto questo passato sta per scomparire? E giusto che si perda l'eredità romana? La risposta, dalle fonti più disparate come si registra in questa pagina, non è dubbia: di fronte a culture lontane dalla nostra storia (quella islamica, soprattutto, e poi quella induista, tamil-druida, confuciana e scintoista e infine buddista) ciò che rischia di scomparire è la radice della nostra memoria.

lunedì 27 ottobre 2003

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