Da: dal Corriere della Sera
Categoria: Articolo stampa
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Data: 02 nov 2003
Ora: 15:09:05
Una svolta culturale per dare dinamismo alla città
A Milano servono nuovi illuministi
di STEFANO FOLLI
Capita talvolta, e per la verità sempre più spesso, di imbattersi in cittadini di buona volontà che auspicano, anzi reclamano un «nuovo illuminismo milanese». Essi danno voce a uno stato d’animo, a uno slancio in parte indefinito, ma figlio del loro amore verso la città. Un nuovo illuminismo milanese. Che cosa significa, in realtà? Dove sono i Beccaria e i Verri del Duemila, dov’è il nuovo Caffé nell’era di Internet? Forse esistono già o forse sono da scoprire, ma il punto è un altro. Invocare l’illuminismo significa chiedere che Milano torni a esercitare, con i suoi uomini e le sue donne, un ruolo di guida intellettuale, nonché di esempio civile, in Italia e anche in Europa. Un’area privilegiata di circolazione delle idee e delle proposte innovative. Un modello di convivenza e di capacità modernizzatrice.
Per riuscirci, occorre che Milano abbia fiducia nelle proprie virtù razionali, e altresì non abbia paura di vedere i limiti di una condizione attuale non esaltante. E’ nel giusto il sindaco Gabriele Albertini (un intelligente sindaco, che si era presentato a suo tempo come «l’amministratore del condominio») quando diffida dei criteri empirici e discutibili con cui sono compilate le varie classifiche internazionali sulle città dove si vive meglio. Ma non è di questo che si tratta. Non c’è adesso una classifica mediatica in cui inserire Milano, né una medaglia da conquistare. I nuovi illuministi hanno voglia di guardare più in profondità e di scavare nel passato della città per capire il presente e preparare il futuro. Futuro che si annuncia attraverso segnali, indizi, non ancora una trama compiuta. Giorni fa Newsweek ha dedicato una scintillante copertina a Milano, inserendola nel novero delle «capitali dello stile»: l’alta moda, il design , l’eleganza, i negozi. Soprattutto, la fine del «minimalismo». Ha torto o ragione, il settimanale americano?
Ha ragione, per molti aspetti, perché spesso Milano è davvero come viene descritta: luogo d’eccellenza della creatività italiana. Ma ha torto perché il minimalismo - come mentalità - è tutt’altro che sconfitto. Soprattutto se per minimalismo s’intendono i chiaroscuri di una stagione lunga e tormentata che non ha ancora smaltito il trauma di Tangentopoli, pur senza rimpiangere i fasti effimeri degli anni Ottanta, la «Milano da bere» in cui si manifestavano i germi della successiva decadenza.
Ma forse la risposta alle nostre domande è più semplice di quanto appaia. La Milano capitale dello stile e dell’inventiva esiste e qualcuno se ne è accorto. Eppure è come se il quadro fosse incompiuto. Eleganza, moda, centri di ricerca (specie nella sanità), università, sedi di accoglienza, industria, editoria... i tasselli o gli ingredienti ci sono tutti, alcuni a buon livello. Ma sono disordinati e spesso irrisolti: come se attendessero di trovare un ordine logico nella cornice di un grande rilancio complessivo della città.
Ecco allora il desiderio di un nuovo illuminismo milanese. Che vuol dire riunire i tasselli sparsi e infondere loro, dall’università alla ricerca, dalla moda all’industria, quell’impulso dinamico che è il solo capace di trasformare tante isole in un corpo unico, in cui pulsa il cuore della città. Questo sforzo razionale equivarrebbe a illuminare (anche in senso letterale) e sprigionare le energie di Milano, come altre volte è accaduto nel corso della storia, proiettandole verso l’Europa. Milano attende impaziente che il Teatro alla Scala ritorni, ricostruito e restaurato, nella sua sede storica. E mai metafora è apparsa tanto pertinente.
© Corriere della Sera
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