Da: da L'Avanti della Domenica
Categoria: Articolo stampa
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Data: 07 nov 2003
Ora: 17:13:04
Sette viaggi attraverso “piccole utopie” diventate concrete realtà
Un mondo diverso è possibile
Dal “miracolo della Costa Rica, a un villaggio indiano a nord di Calcutta, alla città ideale di Arcosanti
Gualtiero Vecellio
Cos’hanno in comune un piccolo villaggio indiano a nord di Calcutta che sembra uno scioglilingua: Shantiniketan; il sogno di un prete, Zeno Saltini, che dopo una discussione con un anarchico, giura a se stesso che per tutta la vita non vuole più “essere né padrone, né servo”; un microcosmo arroccato sul Monte Verità, ad Ascona, nella Svizzera ticinese; e poi una bella tenuta chiamata Yaddo, ai margini dei verdissimi Adirondacks, nel nord dello stato di New York; la comunità di Arcosanti, nel cuore dell’Arizona; una repubblica del centro America come la Costa Rica; e infine il sogno-sfida di Lejzer Ludwik Zamenhof, un ebreo di Byalistock, che nel 1859, quando nacque, era nel regno di Russia-Polonia, e oggi è terra di Lituania… Prendete, per saperlo, il bel libro di Irene Bignardi Le piccole utopie, vi accorgerete che sono molti i fili che si uniscono e si intrecciano. Nei confronti di Irene Bignardi, si nutre invidia e ammirazione. Ammirazione per quello che fa, invidia perché riesce e sa farlo bene. I suoi articoli e le sue recensioni non sono mai banali: si indovina che sono un distillato di attente e ben assimilate letture, e lunghe frequentazioni con gli autori; e nella sua veste di direttrice del festival internazionale del cinema di Locarno, ogni anno riesce a garantire qualità e interessanti spazi di sperimentazione, ricerca, riflessione, senza peraltro scadere nelle piccole logiche di nicchia. Le piccole utopie è un libro di viaggi: “Viaggi”, spiega, “di una cronista culturale attraverso alcune idee del Novecento, secolo tragico, molto scontento di se stesso, pieno di ripulse, speranze, orrori, sogni infranti, illusioni e delusioni – e di voglia di cambiare e quindi di utopie”. Non tanto piccole, queste utopie. Ed è interessante il caso della Costa Rica: il primo stato del mondo che abbia abolito l’esercito. Vi par poco? È il primo stato latino-americano di totale e comprovata democrazia. I difensori della dittatura cubana e del regime di Fidel Castro sostengono che sì, i dissidenti vanno in carcere e vengono fucilati; ma che l’alfabetizzazione e l’assistenza sanitaria sono a livelli “nostri”, di paesi sviluppati. Gli stessi livelli si sono raggiunti in Costa Rica, senza mettere nessuno in galera, lasciando libertà di viaggiare, e leggere e dire e scrivere quel che vuole. Ed è “il primo stato al mondo ad aver coinvolto un altro stato, notoriamente turbolento e con tendenza alla belligeranza, in un progetto di pace duratura…”. Qui conviene lasciar la parola a Oscar Arias Sanchez, presidente dal 1987 al 1990, premio Nobel per la pace nel 1989: “Dopo l’attacco a Panama da parte degli Stati Uniti e il rapimento del dittatore Noriega, il presidente appena eletto, Guillermo Andara, non era riuscito a ottenere il riconoscimento di nessun paese sud-americano. Gli ho detto: siamo vicini, siamo amici, voglio essere il primo a riconoscerti. Ma, devi pagare un prezzo. Il prezzo è l’impegno per la pace. Devi abolire l’esercito, come ha fatto la Costa Rica”. Certamente nella Costa Rica i problemi non mancheranno, non è il regno di Camelot; però è un fatto che la cancellazione delle forze armate ne ha fatto l’unico paese centro-americano con una democrazia stabile: dove si sono combattute grandi battaglie con i latifondisti che possiedono il 18 per cento del patrimonio forestale, ed è stato possibile creare ventisei parchi nazionali; undici riserve biologiche, rifugi faunistici, aree protette per oltre un quarto del territorio nazionale. Un paese che rappresenta lo 0,001 per cento della superficie mondiale, ma che ospita il 5 per cento della biodiversità; e che è in grado, con le sue riserve forestali, di fissare 12 milioni di tonnellate di carbonio; e anziché tagliare, abbattere o costruire le sue foreste le noleggia ai paesi più “inquinanti”, che possono così evitare di ridurre troppo drasticamente le loro emissioni e di conseguenza la loro produzione industriale. Shantiniketan, invece, riporta a Rabindranath Tagore, il bambino cui non piaceva andare a scuola, e che nel 1913 si vede attribuire il premio Nobel per la letteratura; fino ad Amartya Sen, anche lui premio Nobel, che alla scuola di Shantiniketan voluta da Tagore deve tanto. L’utopia di Nomadelfia di don Zeno, quei seimila bambini strappati all’abbandono e a chissà quale destino, sono un’altra cosa molto concreta, non solo bella e positiva; e per altri versi, Arcosanti: la città ideale costruita da Paolo Soleri, architetto, ottantatré anni portati con la leggerezza di un adolescente che ogni giorno continua a lavorare “indifferente ai riconoscimenti e agli onori come il Leone d’oro per l’architettura, e che insegue l’idea-progetto di realizzare la sua città verticale da settemila persone nel deserto dell’Arizona…”. Sette viaggi in un diverso mondo possibile”, dice Irene Bignardi. “Storie che fanno sapere che ci sono sulla Terra luoghi dove il sogno e il desiderio di un modo migliore di vivere con gli altri, per gli altri, ha avuto la meglio, anche se in piccolo, anche se nella modesta dimensione, a volte, di pochi chilometri quadrati. Sette esperimenti generosi e realizzati che disegnano i contorni di un possibile e impossibile mondo migliore. Se non c’è, ci dicono questi piccoli laboratori dell’utopia, è solo colpa nostra”
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