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GRECIA 1943, IRAK 2003

Da: Diego Zandel
Categoria: Commento generico
Nome remoto: 62.101.126.238
Data: 19 nov 2003
Ora: 09:05:33

Commenti

GRECIA 1943, IRAK 2003

Due momenti si sono intrecciati nella mia vita in questi giorni. La lettura del libro "Una faccia, una razza" di Nicholas Doumanis (appena uscito nelle edizioni de Il Mulino) su "Le colonie italiane nell'Egeo", dal 1912 al 1943, con il corollario della seconda guerra mondiale, e l'aver appreso la terribile notizia della strage di carabinieri e soldati italiani a Nassiriya, in Irak. Dunque italiani in Grecia, oltre sessant'anni fa, e italiani in Irak, oggi. Due eventi slegati e distanti l'uno dall'altro. Ma mi hanno invitato ad alcune riflessioni che giro ai vostri commenti. Nel libro di Doumanis è sottolineato come nel ricordo orale dei greci delle isole del Dodecanneso, che dal 1912 al 1943 vissero sotto la dominazione italiana, sopravviva un giudizio sostanzialmente positivo di quegli anni. "Il dichiarare la propria avversione verso alcuni italiani, specialmente verso i fascisti" sintetizza Doumanis "non ha impedito loro di definire la maggior parte degli italiani come 'brave persone' (kalì ànthropi), dotate stereotipicamente di buon carattere, calore e umanità". E contrappone questo giudizio a quello della storiografia ufficiale greca che riduce questo aspetto per far risaltare, più che l'oppressione del regime fascista (che c'è stata soprattutto quando governatore del Dodecanneso è stato nominato, nel 1936, il quadrumviro del fascismo Cesare De Vecchi) il vivo anelito dei greci a riunirsi alla madre patria. Ma i greci, per fortuna, hanno sempre saputo distinguere tra fascisti e italiani. Doumanis porta, a riguardo, molte testimonianze nel suo libro, raccolte in tutto il Dodecanneso, e alcune provenienti anche dal villaggio natìo di mia suocera, Asfendiou, nell'isola di Kos che di quell'arcipelago fa parte. Il giudizio non è mutato nonostante ci sia stata di mezzo la guerra, con gli italiani, alleati dei tedeschi, nella parte degli aggressori. Ciò non tolse che dopo l'armistizio dellƎ settembre 1943, molti greci aiutassero, a rischio personale, i nostri soldati a sfuggire dalle brutali rappresaglie dei tedeschi contro gli italiani (che a Kos costarono la morte di ben 103 ufficiali, massacrati dagli uomini del colonnello Friedrich Wilhelm Muller, che poi sarebbe stato giustiziato ad Atene come criminale di guerra). Molti di questi soldati, tra cui mio suocero, tra cui il comandante delle locale tenenza dei carabinieri, il tenente Zucchelli, ancora oggi ricordato a Kos per la sua umanità (gli si dedicherà presto una strada), sposarono donne greche. Che c'entra con Nassiriya? C'entra, perché, a dispetto dei governi che li hanno mandati in Grecia, allora alleati dei tedeschi, e oggi in Irak, alleati degli americani, i nostri soldati si sono sempre fatti amare. Giudico più importante e significativa la manifestazione dell'altro giorno degli irakeni in favore degli italiani contro i terroristi arabi che hanno ucciso i 19 italiani che quella di oggi a Roma che, con tutto il rispetto per i caduti e l'onore che comunque si deve a loro, mi sa più il frutto di una coscienza sporca da lavare, da parte di chi, contro ogni buon senso, ce li ha mandati. Sì, Grecia 1943, Nassiriya 2003. E vale per i soldati in Irak, quello che Mario Cervi scrisse sui nostri soldati in Grecia, allora: "Tutti i greci preferivano gli italiani ai tedeschi, pochi mesi dopo, una volta conosciuto il calore umano dei nostri soldati. Sia reso grazie all'ardimento dei nostri soldati e insieme alla loro bontà. Sono stati nella campagna di Grecia i soldati peggio guidati del mondo, senza dubbio alcuno. Nonostante tutto, hanno bene meritato dalla patria". In Grecia non ci dovevamo, non ci dovevano, andare nel 1940, così come non ci dovevamo, non ci dovevano, andare in Irak nel 2003. Perciò, idealmente, per quel che mi riguarda, metto i 19 soldati inermi uccisi il 12 novembre 2003, accanto ai 103 soldati inermi uccisi a Kos il 5 ottobre 1943. Vittime, prima di tutto, di un errore politico, senza il quale quei morti e questi non ci sarebbero mai stati.

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