Da: dalla Gazzetta Politica
Categoria: Articolo stampa
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Data: 20 nov 2003
Ora: 12:24:44
Alla base della crisi universitaria lo scarso lavoro dei docenti. Sui progetti finanziati dallo Stato con “fondi per la ricerca scientifica” non esiste un controllo di qualità. Insegnamento accademico, obsoleto
Tutti, ad iniziare dal Presidente della Repubblica, invocano la necessità di rafforzare la ricerca scientifica per uscire dalla crisi. Ma la ricerca passa per l’Università e le condizioni reali della università italiana sono pessime. La recente riforma, la creazione delle lauree brevi, le lauree di specializzazione, hanno finito per dare un colpo mortale ad una istituzione corporativa, obsoleta, molto distante dalle esigenze del mondo della produzione che è prevalentemente costituto da aggregazioni di piccole imprese e quindi non adatto al dialogo con la attività di ricerca di base. Come si è arrivati a questo livello di progressiva crisi accademica ? Se ne discute, ci si confronta. Ma i dati reali non emergono. Vediamoli senza infingimenti pietosi. Alla base di tutto : i professori italiani non lavorano. I corsi sono ormai tutti semestrali, anche quelli relativi a materie basilari come "Economia prima", e questo è un primo errore didattico. Un corso semestrale dura tre mesi : novembre, metà dicembre, metà gennaio, febbraio (con vacanze di Natale e Carnevale, ovviamente ). Il corso primaverile dura dal primo marzo al 31 maggio ( con vacanze di Pasqua, naturalmente ). Il docente dovrebbe tenere tre lezioni settimanali di due ore l’una: di fatto, i più solerti non superano l’ora e mezza. L’attività didattica dunque impegna il docente per sessanta ore, al massimo, ma spesso sono meno di cinquanta ore l’anno. Se il docente ha tenuto il corso primaverile marzo-maggio, fino al successivo semestre-trimestre può anche scomparire o, meglio, compare solo agli esami, se ha studenti che avendo seguito il suo corso si presentano agli esami. Ma questa condizione, come vedremo, non è molto frequente. Nei nove mesi, da maggio al marzo dell’anno successivo, il docente, evidentemente stressato e stanco, può andarsene in giro per tutto il mondo. Non verrà mai cercato da nessuno, meno che mai dalla autorità accademica dell’ateneo di cui è docente. Se tiene un corso eccessivamente teorico, lontano dalle possibilità professionali dei futuri laureati, le frequenze sono bassissime quando il corso non è obbligatorio. In questo caso più che normale il docente non avrà carichi di incontri con gli studenti e pochissime tesi di laurea. Ho avuto un vasto scambio di idee e di informazioni con i miei colleghi universitari di ogni continente, esclusa l’Australia. In nessuna università del mondo un professore che tiene un corso semestrale - che dura quasi sei mesi pieni - viene poi pagato per non fare assolutamente niente per nove mesi! Farà due corsi semestrali in un anno, come è fin troppo ovvio ovunque tranne che nella beata università italiana. Ma cosa fanno i professori nei nove mesi in cui non sono oppressi dalle fatiche dalla didattica ? Dovrebbero fare ricerca. Nella maggior parte dei casi un professore italiano è uno che ha fatto una bella tesi che poi trasforma in alcuni saggi - meglio se in inglese - e poi in un libro. Tutto ciò serve per vincere il concorso per associato prima e ordinario poi. A patto che abbia un maestro che "lo porta". In alcuni casi, ma sempre meno, il maestro è un semplice esperto di manovre di politica universitaria, quindi di scambi e di mercati di docenti e di creazione di commissioni favorevoli ai concorsi. Con i concorsi nazionali le cose andavano male a metà: una parte degli eletti era di buon livello. Con i concorsi locali siamo scaduti a livelli bassi . Ha prevalso l’aspetto peggiore del provincialismo e cioè il favore al compaesano, a prescindere da qualunque considerazione di merito. Sulla ricerca, per chi ha superato il concorso di professore, non esiste alcun controllo. Ho pubblicato una decina di libri e non so quanti saggi in italiano, inglese e spagnolo, nessuno mi ha mai detto se erano cose decenti, di straordinario interesse scientifico, o assolute schifezze. Non almeno nella mia università. Lo Stato concede "fondi per la ricerca scientifica". Alcuni progetti hanno condotto ad ottimi risultati. Ma non esiste alcun controllo di qualità. Perciò molti fondi servono a comprare il computer nuovo, la stampante o addirittura i mobili nuovi . Ma la cosa più grave è che una parte dei fondi per la ricerca possono essere utilizzati per pagare "spese di pubblicazione ". Allora alcune case editrici chiedono al docente, che spesso è ancora ricercatore, una cifra consistente che copre l’intero costo della pubblicazione. In questo modo non vengono selezionate le opere serie, ma soltanto quelle che pagano per essere stampate: sono soldi pubblici "per la ricerca". In queste condizioni, coloro che si lamentano perché in Italia solo l’1,2 % del Pil viene stanziato per la ricerca scientifica, contro il 2,4 % della media europea, dovrebbero gioire,perché almeno un poco si risparmia. I contenuti dell’insegnamento sono spesso accademici, del tutto avulsi dalla realtà del paese, obsoleti. Gli studenti non a caso, si orientano verso lauree letterarie o verso materie tipo Scienza della comunicazione. Hanno capito che il tipi di nozioni che imparano faticosamente, nella maggior parte dei casi, non serve nella vita e nel lavoro. Ed allora tanto vale avere una laurea qualsiasi. Ora, con la riforma, si sono inventate nuove materie tanto per dire che si era ammodernata la didattica, e sono state affidate cattedre a professori vecchi che della nuova materia non sanno quasi nulla. Sono stati poi moltiplicati i docenti e non ci sono più soldi. Tutto viene destinato agli stipendi. E così è inutile parlare di ricerca scientifica. Versare fondi nuovi in un recipiente vecchio e rugginoso è un puro spreco. Il numero degli insegnamenti, e quindi delle cattedre, è eccessivo, gonfiato spesso per avere più posti di ruolo. Ma è a volte, se si confronta con la struttura didattica di altre università, del tutto pletorico. Per esempio una scienza come l’economia si articola in una trentina di insegnamenti; a Cambridge sono solo sei, e sono più che sufficienti per impararela materia. Il risultato è la convivenza di punte di eccellenza con situazioni di bassissimo livello. I rapporti con la struttura produttiva, o con la Pubblica Amministrazione - altrettanto necessari - sono ad personam, e quasi mai con l’istituzione e quindi non sistematici. Eppure oggi il Dipartimento potrebbe essere un centro di ricerca assai più conveniente di qualunque "consulting" privata. In qualunque società privata di ricerca, in qualunque disciplina, tutti i costi devono essere ripagati dai guadagni ottenuti con i risultati delle commesse di ricerca. Nel Dipartimento no. Gran parte dei costi, ad iniziare dagli stipendi, alle spese per i locali e gli impianti,sono sostenute dallo Stato. Quindi affidare ricerche a Dipartimenti universitari dovrebbe essere altamente conveniente per le esigenze del mondo della produzione. Una ricerca seria verrebbe a costare meno di un terzo. Ma questa tendenza non si verifica. Il Dipartimento universitario, troppo spesso, insiste su una pletora di aspetti teorico-formali di scarso interesse operativo, e quindi inutili. Dal canto loro il mondo delle imprese è frammentato ed ancora non si è reso conto che, nella attuale situazione economica, l’Europa non può uscirne se non attraverso un forte sforzo di innovazione. Ma non basta dire che ci vuole collaborazione fra università ed impresa, bisogna farla con una serie di casi concreti e questi devono essere oggetto di una politica della ricerca, non la fuga in avanti verso la creazione di mitici Mit italiani - costosissimi - che non possono che riprodurre tutti i difetti di un mondo accademico troppo coccolato e poco efficiente.
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