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Da: A. Sen, da Il Foglio
Categoria: Commento generico
Nome remoto: 81.208.106.78
Data: 19 gen 2006
Ora: 15:59:44
PER UNA TEORIA DEI DIRITTI UMANI
Amartya Sen spiega come ridare senso a un concetto abusato e discusso
Pochi concetti vengono così frequentemente evocati nelle discussioni politiche contemporanee quanto i diritti umani. C’è qualcosa di fortemente intrigante nell’idea che qualunque persona, in qualsiasi parte del mondo, indipendentemente dalla cittadinanza o dalla legislazione territoriale, abbia alcuni diritti fondamentali, che gli altri dovrebbero rispettare. La portata morale dei diritti umani è stata richiamata per una grande varietà di scopi, dall’opposizione alla tortura e all’incarcerazione arbitraria, alla richiesta di porre fine alla fame e all’omissione di cure mediche. Tuttavia, l’idea centrale dei diritti umani come qualcosa che la gente possiede, anche in assenza di una legislazione specifica, viene vista da molti come improbabile e poco convincente. Una domanda ricorrente è la seguente: “Da dove provengono questi diritti?”. Non viene solitamente messo in questione il fatto che l’appello ai diritti umani possa avere una forza politica. Invece, le preoccupazioni riguardano quella che viene considerata la “mollezza” (alcuni parlerebbero di “stucchevolezza”) del fondamento concettuale dei diritti umani. Molti filosofi e teoreti legali considerano la retorica dei diritti umani un linguaggio sconclusionato; magari una forma di locuzione cortese e ben intenzionata, ma comunque pur sempre sconclusionata. Il contrasto tra l’uso diffuso della nozione di diritti umani e lo scetticismo intellettuale in merito alla sua solidità concettuale non è nuovo. Nel 1776, la Dichiarazione d’indipendenza americana considerava “manifesto” il fatto che tutti fossero “dotati dal Creatore di certi diritti inalienabili”, mentre tredici anni dopo, la Dichiarazione francese dei “diritti dell’uomo” asseriva che “gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti”. Ma Jeremy Bentham non ha atteso a lungo per confutare integralmente queste asserzioni, nella sua opera “Anarchical Fallacies”, scritta tra il 1791 e il 1792 in opposizione ai “diritti dell’uomo” francesi. Bentham sostiene che “i diritti naturali sono una mera assurdità: diritti naturali e imprescrittibili (una frase americana), un’assurdità retorica e ampollosa”. Questo sospetto rimane molto vivo ancora oggi, e nonostante il ricorso persistente al principio dei diritti umani nelle questioni pratiche, molti considerano la nozione dei diritti umani come “lamentazioni su carta”, per utilizzare un’altra pungente descrizione di Bentham della rivendicazione dei diritti naturali. La ricusazione dei diritti umani è spesso globale e si oppone a qualunque convinzione circa l’esistenza di diritti che le persone possono detenere incondizionatamente, semplicemente in virtù della loro umanità (anziché disporne condizionatamente, sulla base di qualifiche specifiche, come la cittadinanza o titoli legali). Alcuni detrattori, tuttavia, avanzano un rifiuto discriminante: accolgono l’idea generale dei diritti umani, ma escludono dai diritti accettabili alcune classi specifiche di diritti proposti, in particolare i cosiddetti diritti sociali ed economici, ovvero i diritti all’assistenza sociale. Questi diritti, che talvolta vengono definiti anche diritti di seconda generazione, come il diritto generale alla sussistenza o alle cure mediche, sono stati per la gran parte aggiunti relativamente di recente a precedenti enunciazioni dei diritti umani, espandendo così notevolmente l’ambito reclamato dei diritti umani. Queste aggiunte hanno certamente portato la letteratura contemporanea sui diritti umani ben oltre le dichiarazioni settecentesche, che erano focalizzate su una classe più ristretta di “diritti dell’uomo”, incluse alcune richieste quali la libertà personale e quella politica. Queste inclusioni più recenti sono divenute oggetto di uno scetticismo più specializzato, dove i critici si concentrano sui problemi di fattibilità e sulla loro dipendenza da specifiche istituzioni sociali di incerta esistenza. Gli attivisti dei diritti umani sono spesso molto intolleranti nei confronti delle critiche di questo tipo. Perlopiù l’appello ai diritti umani proviene tendenzialmente da coloro che sono più preoccupati di cambiare il mondo che non di interpretarlo (per utilizzare una classica distinzione resa ironicamente famosa da quel teoreta superlativo che è Karl Marx). Non è difficile comprendere la loro riluttanza a dedicare tempo a fornire giustificazioni concettuali, vista la grande urgenza di trovare una soluzione alle terribili privazioni che affliggono il mondo. Questo approccio proattivo ha ottenuto alcuni risultati concreti, poiché ha permesso di sfruttare immediatamente il fascino smisurato dell’idea dei diritti umani per combattere la forte oppressione o la grande miseria, senza dover aspettare che vengano chiarite le questioni teoriche. Tuttavia, occorre affrontare in modo soddisfacente anche i dubbi di carattere concettuale, se si vuole che l’idea dei diritti umani dia origine a una lealtà ragionata e crei una solida base intellettuale. E’ molto importante, dal punto di vista critico, considerare il rapporto che esiste tra la forza e il fascino dei diritti umani, da un lato, e la loro giustificazione ragionata e il loro uso scrupoloso, dall’altro. Pertanto, c’è bisogno di una teoria, come pure della difesa di qualsiasi teoria proposta. Il fine del presente articolo è proprio questo, oltre che considerare, nel contesto dato, la giustificazione dell’idea generale dei diritti umani, nonché della possibilità di includere i diritti economici e sociali tra l’ampia classe dei diritti umani. Perché una tale teoria sia praticabile è necessario chiarire che tipo di rivendicazione viene avanzata con una dichiarazione dei diritti umani, nonché in che modo una tale rivendicazione può essere salvaguardata, e come le diverse critiche circa la coerenza, la validità e la legittimità dei diritti umani (inclusi quelli economici e sociali) possono essere adeguatamente confutate. Ecco il fine di questo articolo. Tuttavia, prima di addentrarmi in questa indagine, devo fare una digressione chiarificatrice. Talvolta la retorica dei diritti umani viene applicata a particolari legislazioni ispirate dall’idea dei diritti umani. Chiaramente non è molto difficile intravedere l’ovvio stato giudiziale di queste autorizzazioni già legalizzate. Indipendentemente da come vengono chiamate (“leggi sui diritti umani” o qualsiasi altro appellativo), sono strettamente collegate ad altre legislazioni ufficiali. La presente indagine sui fondamenti e la validità dei diritti umani non ha alcuna attinenza diretta con l’ovvia condizione legale delle suddette “leggi sui diritti umani”, se sono passate regolarmente in giudicato. Per quanto riguarda queste leggi, l’eventuale pertinenza di questo studio sussisterebbe piuttosto nella motivazione che spinge a mettere in atto leggi di questo tipo, che si fondano sulla condizione pre-legislativa delle rivendicazioni sopra citate. Infatti, un gran numero di atti legislativi e convenzioni legali (come la “Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali”) sono stati chiaramente ispirati dalla fede in alcuni diritti pre-esistenti propri di tutti gli esseri umani. Questo si applica persino all’adozione della Costituzione americana, inclusa la Carta dei diritti, legata alla visione normativa della Dichiarazione d’indipendenza americana (come precisato poc’anzi). Le questioni spinose relative allo stato e alla condizione dei diritti umani riguardano l’ambito delle idee, prima dell’avvento di una tale legalizzazione. Dobbiamo anche esaminare se la legislazione è la strada preminente, o addirittura necessaria, attraverso la quale i diritti umani possono essere perseguiti […].
Amartya Sen
(traduzione di Annita Brindani)
(tratto da “Elements of a Theory of Human
Rights”, Philosophy & Public Affairs)
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