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Da: da edizioni spartaco
Categoria: Articolo stampa
Date: 28 ago 2006
Time: 13:29:04
«Il 22 di agosto a Boston in America…». Settantanove anni fa, Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti – e un altro ragazzo che non si ricorda mai, Celestino Madeiros – venivano uccisi «con un colpo di elettricità», bruciati sulla sedia elettrica. Un anno fa, in questi giorni, abbiamo pubblicato, per la prima volta in Italia, Davanti alla sedia elettrica, la controinchiesta che John Dos Passos scrisse nel 1927, per conto del Comitato di difesa Sacco-Vanzetti (a cura di Piero Colacicchi, “risveglio”, 2005).
Seguono alcuni brani delle lettere spedite da Bartolomeo Vanzetti ai famigliari dagli Stati Uniti.
Bartolomeo Vanzetti era nato a Villafalletto (Cuneo) nel 1888. Lasciò casa per la prima volta nel 1901, per andare a lavorare come aiuto in una pasticceria del capoluogo. Negli anni seguenti fu a lavorare in altri centri del Piemonte, per un periodo anche a Torino. Decise di emigrare negli Stati Uniti nel 1908, dopo la morte della madre. Le sue lettere – che risalgono anche a prima dell’arresto e della prigionia – furono conservate dalla famiglia, in particolare dalle sorelle Luigia e Vincenzina; insieme all’autobiografia, che Vanzetti scrisse in carcere, e alla sua ultima dichiarazione fatta in aula dopo la definitiva condanna a morte, sono entrate a far parte della biblioteca del movimento operaio, e riprese anche per comporre una delle più celebri canzoni dedicate a Bartolomeo Vanzetti e Nicola Sacco (le prime due parti della Ballad of Sacco and Vanzetti di Joan Baez ed Ennio Morricone).
I brani – con i quali si spera di restituire almeno parte dell’umanità di Vanzetti – sono tratti da Il caso Sacco e Vanzetti. Lettere ai familiari, a cura di Cesare Pillon e Vincenzina Vanzetti, Editori Riuniti, Roma 1976 [prima ed. con il titolo Non piangete la mia morte, 1962].
Il 12 gennaio 1911, Vanzetti scrive alla sorella da Meridan, nel Connecticut, alcune sue impressioni sugli Stati Uniti (la lettera alle pp. 48-51 dell’ed. citata):
«Troppo lungo sarebbe il racconto delle mie avventure, ne avrei tante da fare un bel libro, perciò mi limito a darti un breve riassunto.
Come avrete inteso dalle mie prime lettere quando arrivai in America una crisi tremenda desolava queste contrade. Ebbi la fortuna di lavorare subito negli hotels e per dieci mesi non conobbi sfortuna. […] Però, a causa del mio temperamento, non potei stare. Sia perché la mia salute declinava, sia per il mio carattere che non ammette ingiustizie. Partii da New York e venni in campagna. Lavorai la terra, disboscai delle foreste, lavorai a fare i mattoni, negli scavi e molini delle pietre. Lavorai in un negozio di frutta, confetti, canditi e gelati, e ultimamente a fare gli impianti telefonici.
[…] In campagna acquistai salute e forza. Dico campagna, ma il paese dove lavoro conta 30.000 anime. Ha la biblioteca pubblica, la scuola superiore e scuole serali, numerosi parchi e laghetti lo circondano. Non c’è nazionalità di gente che io non abbia praticato. Ho patito molto a trovarmi in mezzo a gente straniera, indifferente e talvolta ostile. Ho dovuto soffrire delle ingiurie e scherni da gente che se avessi saputo una decima parte di inglese di quanto so l’italiano, l’avrei messa col muso nella polvere.
Qui la giustizia pubblica è basata sulla forza e sulla brutalità, e guai allo straniero e in particolare l’italiano che voglia far valere la ragione con mezzi energici; per lui ci sono il bastone delle guardie, le prigioni e i codici penali. Non credere che l’America sia civile, ché nonostante non manchino grandi qualità nella popolazione americana e ancor più nella totalità cosmopolita, se gli levi gli scudi e l’eleganza del vestire trovi dei semibarbari, dei fanatici e dei delinquenti.
[…].
Sono sempre stato ben visto in generale, tanto dagli italiani che dagli americani e perfino dai negri.
Mai nessuno mi fece passare per bianco quello che è nero, e se c’è qualcuno che non mi guarda bene è perché conosce il mio sprezzo e vorrebbe sottrarsi al mio sguardo.
Sappi che c’è una moltitudine di giovinotti italiani, specie della bassa Italia, che non lavora mai: sono sempre sui divertimenti e vestono elegantemente. Appartengono alla mano nera e vivono col frutto dei loro delitti. Sono quasi sempre solo, perché gli italiani in America sono in generale troppo ignoranti.
Non frequento che persone oneste e intelligenti.
Sono due anni che frequento la scuola inglese e comincio a disimpegnarmi; rare sono le cose che non intendo, difficile mi è il rispondere. […]».
***
Da Plymouth, Massachusetts, che resterà la residenza di Vanzetti negli ultimi anni di libertà, scrive alla zia paterna il 15 dicembre 1914 (la lettera alle pp. 52-55 dell’ed. citata):
«Ora è da più di un anno che lavoro in questo paese. Il posto è bello. Monti e mare e cielo azzurro, quando non è bigio. Ho quasi sempre lavorato; quindi, benché non si guadagni molto, finanziariamente non posso lagnarmi.
Ho pure goduto sempre di ottima salute. Qui vi è pure una libreria aperta ai lavoratori che lavorano in una grande fabbrica di corde che impiega circa 3.000 persone e nella quale io lavoro attualmente. In detta libreria vi sono parecchi giornali in lingua italiana che escono in America: vi è pure il Secolo di Milano.
Insomma il posto mi piace, non solo, ma il suo clima mi è molto adatto.
[…]se la nostalgia della famiglia, di voi tutti, degli amici, del cielo natìo, mi corruscano sovente la fronte e mi serrano il cuore, il pensiero di sapermi per le mie idee così diverso da voi, da mio padre, dall’opinione del mio paese natìo, mi frena nel desiderio del ritorno. […] Di più, l’intenzione di prender moglie non è mai balenata nel mio cervello, non ho mai avuto l’amante, e se amore mi ha colpito è stato un amore impossibile, che dovetti soffocare in seno. Dunque anche questa intenzione, che spinge molti a rimpatriare, manca in me. […] Oltre a tutte queste ragioni su esposte ora v’è anche la guerra che mi tiene esule. Dici che questa guerra è giusta e che, siccome la ragione fa la forza, speri nella vittoria.
Ed è sulla guerra che mi voglio soffermare un pochino, come sulle tue parole. La ragione fa la forza? Io non ci credo, come non ci crede nessuno di coloro che hanno occhi per vedere, orecchi per sentire, mente per pensare. […] Che ragioni aveva l’Italia di andare in Africa, fra gente diversa, di diversa lingua, religione, costumi, e ostile a noi e alla nostra civiltà per giunta? Nessuna, se si scarta la vanità del re, aspirante alla corona imperiale, la fortuna del Banco di Roma che ha laggiù impiegata somme ingenti e sperava che sotto il governo italiano queste rendessero di più, nonché l’ardente desiderio di diversi decaduti e impoveriti, che speravano di rifar la fortuna calando quali luride civette a dissanguare in ogni modo possibile quel povero popolo vinto e sottomesso. Tutte le altre ragioni economiche, politiche, storiche e patriottiche, lanciate al vento da coloro che tale guerra hanno iniziata, preparata da lungo tempo, senza che tu e il popolo d’Italia ne sapeste nulla, erano menzogne. […]
Cristo aveva ragione, ma i farisei come i gentili erano più forti e lo crocifissero. E poi la ragione la conosciamo noi? Siamo sicuri di essere nel vero?
Niente affatto. Ti basti sapere che tutte le nazioni che si trovano ora in guerra credono di avere la ragione e la giustizia ciascuna dal canto suo. […] Si dice che l’Italia fa la guerra per liberare i fratelli triestini. Gli italiani residenti in quelle due province formano solo un quinto della loro popolazione; gli altri 4/5 di quella popolazione sono composti di gente di diverse lingue e religioni, ma concordi tutti nel preferire il governo austriaco a quello italiano. Quindi se ha ragione l’Italia di fare la guerra per liberare 1/5 di quella popolazione, ha più ragione l’Austria per tenere liberi da un governo non voluto i 4/5. I giornali italiani, pagati dall’italico governo, mentono per la gola, e la verità la sappiamo meglio noi, per mezzo di lettere provenienti dall’Italia e dall’estero, che non voi che siete in patria e leggete tutti i giorni una pagina di giornale, zeppa di menzogne, cioè di «notizie».
E per ora fo punto. Farei un volume se avessi a tradurre in iscritto il pensiero che zampilla dal cervello in fiamme. Consolati dunque, che per ora non torno in Italia, fra mille pericoli. […]».
***
Arrestato e già condannato in un primo processo per tentata rapina, Vanzetti si appresta a subire il secondo processo per rapina e duplice omicidio, insieme a Nicola Sacco, quello che finirà con la loro Dal carcere di Charlestown scrive al padre, il primo ottobre 1920 (la lettera alle pp. 63-66 dell’ed. citata):
«Ora mi accusano di omicidio. Non ho ucciso, né ferito, né rubato mai, ma se faranno come fecero nell’altro processo possono trovare colpevole anche Cristo, che già crocifissero una volta.
Ho testimoni in mia difesa e lotterò con tutta la mia energia. La lotta sarà disperata e ad armi impari. Avrò contro di me la legge colle sue immense risorse; la polizia che nell’arte scellerata di perdere degli innocenti ha esperienza millenaria, sicura e protetta, incontrollata e incontrollabile in ogni sua mossa; l’odio di razza e politico; la formidabile potenza dell’oro in un paese e in un’ora che si dibatte nell’ultimo stadio della degenerazione umana e che spingerà dei miserabili a dire contro di me le menzogne più ributtanti. […]
Voglio dire a te e ai cari tutti un’altra cosa. Non tenete celato il mio arresto. No, non tacete, ma gridate dai tetti, a tutti, il delitto che si trama a mio danno per un pugno d’oro, per restaurare col mio sacrificio la reputazione della polizia, perduta in cento scandali e cento insuccessi, che non sa trovare un colpevole in questa marea montante di crimini, ma sa mandare un galantuomo alla galera, per l’attaccamento alla carica e al potere d’un vecchio, sadico del mio sangue e della mia libertà. Non, non tacete, ché il silenzio sarebbe vergogna».
Father, yes, I am a prisoner
Fear not to relay my crime
The crime is loving the forsaken
Only silence is shame
…
Against us is the law
With its immensity of strength and power
Against us is the law!
Police know how to make a man
A guilty or an innocent
Against us is the power of police!
The shameless lies that men have told
Will ever more be paid in gold
Against us is the power of the gold!
Against us is racial hatred
And the simple fact that we are poor
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