VARIAZIONI STILISTICHE

SU UNA FAVOLA DI ESOPO.

di Fausto Bottai

 

Premessa

"Stabilire un confine tra esperimento e gioco è sempre stato difficile" così diceva Italo Calvino a proposito delle invenzioni verbali di Raymond Queneau, sospese fra "il divertimento del trattamento linguistico insolito d'un tema dato e il divertimento della formalizzazione rigorosa applicata all'invenzione poetica". Anche queste "Variazioni", infatti, come il precedente illustre a cui si richiamano (gli "Esercizi di stile" di Queneau, appunto) nascono dal gusto, forse un pò sadico, di affettare, sezionare, rivoltare, scombussolare un testo per poi rimetterlo insieme in forme metriche e stili diversi, in modo da ottenere ogni volta testi letterari distantissimi fra loro. Ma così facendo, grazie all'artificio e alla bizzarria del gioco apparentemente fine a se stesso, si compie in fondo un esperimento molto serio: si sondano le potenzialità di una lingua e delle sue convenzioni letterarie. E lo si fa, a mio modesto parere, nel modo più accattivante: invitando i lettori a mettersi a loro agio e a giocare alla pari, visitando, come vecchi amici, il retrobottega del "poeta" (con tutti i ferri del suo sano mestiere artigianale ben allineati sul banco di lavoro). Come dire: accostatevi pure sereni alla poesia, imparate a gustare le sue qualità di linguaggio senza spaventarvi per l'aura di oscurità e sacralità di cui la Poesia e i Poeti troppo spesso, a torto, amano circondarsi...

Due parole, infine, sul testo prescelto per questi "esercizi di stile": differentemente da Queneau che era partito da un banale episodio di cronaca, qui il punto di partenza è un testo di antiche e nobili ascendenze: una favola esopica.
D'altronde, come scriveva Giorgio Manganelli, "una favola esopica è una fulminea epifania, una apparizione: balena un disegno, appare qualcosa di umile, ma disegnato con estrema parsimonia, una nudità non frettolosa". Proprio quella nudità, quella scheletrica asciuttezza del narrare che si presta a meraviglia, credo, al gioco del rivestimento stilistico.


Fausto Bottai

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Testo Base

 

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Testo-base

La colomba e la cornacchia

 

Una colomba, allevata in piccionaia, faceva tutta la
spocchiosa per la sua fecondità. Una cornacchia che
aveva sentito quelle vanterie: "Bella mia, smettila" disse
"più figli farai e più servi avrai da compiangere."

 
   
   
 

Epigrafe

 

IN
QUESTO AMENO CORTILE
DA SOLIDALE FAMIGLIA
DI BESTIE
ATTORNIATA
RALLEGRAVASI LA COLOMBA
IN VIRTU'
DI SUA COPIOSA
PROGENIE FINCHE'
L'INESORABILE
CORNACCHIA CON
PAROLE AMARISSIME
SVELAVA LA
MISERANDA SORTE DEI PARGOLI
CONDANNATI A
VIVERE DA SCHIAVI

 
   
 

Spot

 

Sei fiera

della tua

fecondità?

Guardati intorno!

Una squallida

colombaia.

Bisogna pensare

al mondo

dove nascono

i figli...

Parola di cornacchia.

 
 

Ode

 

Una colombella
con aria gioconda
si fa grande e bella
per esser feconda:
fra bestie a lei uguali
di bassi natali
boriosa ristà.

 

Passandole accanto
la fiera cornacchia
offendesi alquanto
e cupa le gracchia:
"Chi sta nel cortile
dimessa e servile
non ha dignità.

 

Per questo mi pare
un pò inverecondo
udirti vantare
d'aver messo al mondo
la prole affollata
che mai -sciagurata-
vivrà in libertà."

 
 

Stornelli

  Fior di viole,
la candida colomba nel cortile
vantava in dì la sua copiosa prole.
 

Fior di limone,
la cornacchia rispose: "E' cosa vile
crescere i figli dentro una prigione!"

 
 
Ludolinguistica
   
 

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