
Tratto da: Albert Camus, L' été,
dalla edizione italiana "Saggi letterari",( II ed. 1960)
Edizioni Bombiani, traduzione di Sergio Morando.(*)
l
Mediterraneo ha la propria tragicità solare che
non è quella delle nebbie. Certe sere, sul mare, ai piedi delle
montagne, cade la notte sulla curva perfetta d'una piccola baia e allora
sale dalle acque silenziose un angosciante senso di pienezza. In questi
luoghi si può capire come i Greci abbiano sempre parlato della
disperazione solo attraverso la bellezza e quanto essa ha di opprimente.
In questa infelicità dorata la tragedia giunge al sommo. Invece la
nostra epoca ha nutrito la propria disperazione nella, bruttezza e nelle
convulsioni. Ecco perché l'Europa sarebbe ignobile, se mai il dolore
potesse esserlo.
Noi abbiamo esiliato la bellezza, i Greci per essa han preso le armi. È
la prima differenza, ma risale molto addietro. Il pensiero greco si è
sempre trincerato nell'idea di limite. Non ha spinto nulla all'estremo,
nè il sacro, nè la ragione, perché non ha negato nulla, né il sacro,
né la ragione. Ha tenuto conto di tutto, equilibrando l'ombra con la
luce. Invece la nostra Europa, lanciata alla conquista della totalità,
è figlia della dismisura. Essa nega la bellezza come nega tutto quello
che non esalta. E, per quanto in modo diverso, esalta una sola cosa:
l'impero futuro della ragione. Nella sua follia, essa allontana i limiti
eterni e, nello stesso istante, oscure Erinni le si avventano sopra e la
straziano. Vecchia Nemesi, dea della misura, non della vendetta. Chi
supera il limite, ne è castigato senza pietà.
I Greci, che per secoli si sono interrogati su che cosa sia giusto, non
potrebbero capir nulla della nostra idea di giustizia. Per loro
l'equità supponeva un limite mentre tutto il nostro continente spasima
alla ricerca di una giustizia che vuole totale. Già all'aurora del
pensiero greco, Eraclito immaginava che la giustizia ponga limiti allo
stesso universo fisico. <<Il sole non oltrepasserà i suoi limiti,
altrimenti le Erinni, custodi della giustizia, sapranno scoprirlo.
>> Noi, che abbiamo scardinato l'universo e lo spirito, ridiamo di
quella minaccia. Accendiamo in un cielo ebbro i soli che vogliamo. Ma
questo non toglie che i limiti esistano, e noi lo sappiamo. All'estremo
delle nostre demenze, fantastichiamo di un equilibrio che ci siamo
lasciati alle spalle e che ingenuamente crediamo di ritrovare in fondo
ai nostri errori. Presunzione puerile che giustifica come popoli
infantili, eredi delle nostre follie, guidino oggi la storia.
Un frammento, attribuito sempre a Eraclito, enuncia semplicemente:
<<Presunzione, regresso del progresso. >> E molti secoli
dopo il filosofo di Efeso, davanti alla minaccia di una condanna a
morte, Socrate non si riconosceva altra . superiorità che questa: non
credeva di sapere quello che ignorava. La vita e il pensiero più.
esemplari di quei secoli terminano con una fiera ammissione di
ignoranza. Dimenticandolo, abbiamo dimenticato la nostra virilità.
Abbiamo preferito la potenza che scimmiotta la grandezza, prima
Alessandro e poi i conquistatori romani che, con incomparabile bassezza
d'animo, gli autori dei nostri manuali ci insegnano ad ammirare. Anche
noi, a nostra volta, abbiamo conquistato, spostato limiti, dominato
cielo e terra. La nostra ragione ha fatto il vuoto. Finalmente soli,
portiamo a compimento il nostro dominio su un deserto. Come. potremmo
dunque immaginare quel superiore equilibrio in cui la natura bilanciava
la storia, la bellezza il bene, e che portava la musica dei numeri fin
nella tragedia del sangue? Noi voltiamo le spalle alla natura, ci vergogniamo
della bellezza. Le nostre miserevoli tragedie si trascinano
dietro un odore di scrivania e il sangue di cui grondano ha il colore
dell'inchiostro grasso.
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erciò
oggi è indecente proclamare che siamo figli della Grecia. Oppure ne
siamo i figli rinnegati. Mettendo la storia sul trono di Dio, andiamo
verso la teocrazia, come quelli che i Greci chiamavano barbari,
combattendoli a morte nelle acque di Salamina. Per afferrare bene la
differenza bisogna ricorrere a quello fra i nostri filosofi che è il
vero rivale di Platone. <<Solo la città moderna>> osa
scrivere Hegel, <<offre allo spirito il terreno in cui può
prendere coscienza di sé>>. Cosi noi viviamo l'epoca delle grandi
città. Il mondo è stato deliberatamente amputato di ciò che ne
costituisce la permanenza: la natura, il mare, la collina, la
meditazione serale. C'è coscienza ormai solo nelle strade, perché c'è
storia solo nelle strade, questo è il decreto. E in quella scia, le nostre opere più significative attestano lo stesso partito preso. Dopo
Dostoevskij, si cercano invano i paesaggi nella grande letteratura
europea. La storia non spiega ne l'universo naturale che c'era prima,
ne la bellezza che sta sopra alla storia. Quindi ha scelto di ignorare
l'uno e l'altra. Mentre Platone comprendeva tutto in sé, l'assurdo, la
ragione e il mito, i nostri filosofi, che hanno chiuso gli occhi sul
resto, non contengono che l'assurdo o la ragione. La talpa medita.
Ha cominciato il cristianesimo a sostituire alla contemplazione del
mondo la tragedia dell'anima. Ma almeno si riferiva ad una natura
spirituale, e, mediante quella, manteneva una certa fissità. Morto
Dio, non rimane altro che la storia e la potenza. Da molto tempo ogni
sforzo dei nostri filosofi non mira ad altro che a sostituire alla
nozione di natura umana quella di situazione, e all'armonia antica
l'impeto disordinato del caso o il moto spietato della ragione. Mentre i
Greci ponevano alla volontà i limiti della ragione, noi, per finire,
abbiamo messo la spinta della volontà al centro della ragione, che ne
è diventata micidiale. Per i Greci i valori preesistevano ad ogni
azione e ne segnavano esattamente i limiti. La filosofia moderna colloca
i propri valori al termine dell'azione. I valori non sono, divengono, e
li conosceremo interamente solo aI compiersi della storia. Coi valori,
sparisce il limite, e dal momento che le concezioni differiscono su quel
ch'essi saranno, dal momento che non c'è lotta che, senza il freno di
quegli stessi valori, non si estenda all'infinito, oggi i messianismi si
affrontano e i loro clamori si fondono nell'urto degli imperi. Secondo
Eraclito, la dismisura è un incendio. L'incendio avanza, Nietzsche è
superato. L'Europa non filosofeggia più a colpi di martello, ma di
cannone.
Però la natura è sempre lì. Alla follia degli uomini contrappone i
cieli calmi e le proprie ragioni. Fino a che anche l'atomo prenda
fuoco e la storia si compia col trionfo della ragione e l'agonia della
specie. Ma i Greci non hanno mai detto che il limite non poteva essere
varcato. Hanno detto che esisteva e che veniva colpito senza pietà chi
osava oltrepassarlo. Nella storia di oggi non c'è nulla che li possa
contraddire.
Lo storico e l'artista vogliono entrambi rifare il mondo. Ma l'artista,
costrettovi dalla propria natura, conosce i suoi limiti e lo storico li
disconosce. Perciò il fine di quest'ultimo è la tirannia, mentre la
passione del primo è la libertà. Tutti coloro che oggi lottano per la
libertà combattono in ultima analisi per la bellezza. Non si tratta,
beninteso, di difendere la bellezza per se stessa. La bellezza non può
fare a meno dell'uomo; ma solo seguendo la nostra epoca nella sua
sventura noi le daremo grandezza e serenità. Non saremo mai più
solitari. Ma è altrettanto vero che l'uomo non può fare a meno della
bellezza e la nostra epoca finge di volerlo ignorare. Essa
s'irrigidisce per raggiungere l'assoluto e il dominio, vuole
trasfigurare il mondo prima di averlo esaurito, ordinario prima d'averlo
capito. Per quanto dica, essa diserta da questo mondo.
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ell'isola
di Calipso, Ulisse può scegliere fra l'immortalità e la terra della
patria. Sceglie la terra, e insieme la morte. Oggi una grandezza cosi
semplice ci è estranea. Altri dirà che manchiamo d'umiltà. Ma, tutto
considerato, la parola è ambigua. Simili ai buffoni di Dostoevskij che
si vantano di tutto, salgono alle stelle e finiscono con l'esibire la
propria vergogna nel primo locale pubblico, noi manchiamo di quella
fierezza dell'uomo che è fedeltà ai propri limiti, amore
chiaroveggente della propria condizione.
<<Odio il mio tempo,>> scriveva Saint-Exupéry prima di
morire, per ragioni che non sono molto lontane da quelle di cui ho
parlato. Ma, per quanto conturbante sia questo grido che viene da chi
aveva amato gli uomini in quel che hanno di ammirevole, noi non lo
faremo nostro. Eppure, in certi momenti, che tentazione di abbandonare
questo mondo triste e scarno! Ma questo tempo è il nostro, e noi non
possiamo vivere odiandoci. L'uomo è caduto cosi in basso solo per
l'eccesso delle sue virtù e per la grandezza dei suoi difetti.
Lotteremo per quella fra le sue virtù che risale a tempi lontani.
Quale? I cavalli di Patroclo piangono il loro padrone morto in
battaglia.. Tutto è perduto. Ma il combattimento riprende con Achille e
alla fine c'è la vittoria, perché l'amicizia è stata assassinata:
l'amicizia è una virtù.
Ammettere l'ignoranza, rifiutare il fanatismo, por limiti al mondo e
all'uomo, il viso amato, la bellezza insomma, è questo il terreno su
cui ci ricongiungeremo ai Greci. Il senso della storia di domani non è
in certo modo quel che si crede. Esso è nella lotta fra creazione e
inquisizione. Nonostante il prezzo che agli artisti costeranno le loro
mani vuote, si può sperare nella loro vittoria. Sopra il mare
scintillante ancora una volta si dissiperà la filosofia delle tenebre.
O pensiero meridiano, la guerra di Troia viene combattuta lontano dai
campi di battaglia! Anche questa volta le terribili mura della città
moderna cadranno, per darci, <<anima serena come la calma dei
mari>>, la bellezza di Elena.
(1948)
(*) Questa
edizione on-line è in attesa di autorizzazione dall'editore Bompiani
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