
Albert Camus
na
riflessione del sociologo della «modernità liquida»,
Zygmunt Bauman, sul lascito del grande scrittore
francese, morto prematuramente a 47 anni in un
incidente d’auto il 4 gennaio 1960, ma i cui romanzi
aiutano a riconciliarsi con le stranezze e le
assurdità del mondo che abitiamo.
Mezzo secolo è trascorso senza Albert Camus, senza i
suoi giudizi pungenti, provocatori e stimolanti, che
ci pungolano e ci pungono sul vivo. In tutto questo
tempo il corpus di libri, articoli e tesi dedicati
all’autore di L’Etranger, La Peste, La Chute e Le
Premier Homme non ha smesso di lievitare. Questia,
la «biblioteca on line di libri e periodici» più
consultata dai docenti universitari, il 1° ottobre
2009 elencava 3171 titoli, tra cui 2528 libri
dedicati al suo pensiero e al posto che occupa nella
storia delle idee; Google Books, sito web ancora più
popolare, ne contava 9953. La maggior parte degli
autori finisce per porsi la stessa domanda: quale
sarebbe stata la posizione di Camus di fronte al
mondo – il nostro – che si è instaurato dopo la sua
morte prematura? Quali sarebbero stati i suoi
giudizi, i consigli, le intimazioni che non ha avuto
il tempo di offrirci e che ci mancano così
ferocemente?
Una sola domanda, tante risposte: tante risposte
diverse… Non c’è da meravigliarsi. Camus diceva:
«Tutta l’arte di Kafka sta nell’obbligare il lettore
a rileggere». Perché? Perché le sue rivelazioni, o
l’assenza di rivelazioni, suggeriscono spiegazioni,
ma «che non vengono rivelate chiaramente» e che, per
essere chiarite, richiedono che la storia sia
riletta «da una nuova angolazione».
In altre parole, l’arte di Kafka consiste
nell’evitare la tentazione di voler inglobare l’ininglobabile
e chiudere questioni destinate a restare per sempre
aperte, intriganti e lancinanti: e dunque nel non
cessare mai di interrogare e provocare il lettore,
continuando a ispirare e incoraggiare gli sforzi di
ri-pensare. Grazie a questa peculiarità le
intuizioni di Kafka sono immortali, e le
controversie e i dibattiti che continuano a generare
sono la migliore approssimazione possibile alla
«pietra filosofale» che sognavano gli alchimisti,
dalla quale si può perennemente estrarre l’«elisir
di vita». Nel suo ritratto di Kafka, Camus ha
schizzato il modello di ogni pensiero immortale: il
marchio di tutti i grandi pensatori, lui compreso…
Naturalmente non ho finito (e neanche seriamente
tentato) di studiare le migliaia di
reinterpretazioni suscitate finora dall’eredità di
Camus. Non sono perciò competente per valutare, e
neanche per sintetizzare, lo stato del dibattito,
tanto meno per predirne l’evoluzione. Nelle
riflessioni che seguono dovrò limitarmi al mio Camus,
alla mia lettura personale e alla sua voce come la
riascolto dopo oltre cinquant’anni, filtrata questa
volta attraverso il tumulto della modernità liquida,
quel gran bazar che ci fa da mondo: l’autore,
innanzitutto, di Le mythe de Sisyphe e L’Homme
révolté, due libri che come pochi altri letti nella
mia giovinezza mi hanno aiutato a riconciliarmi con
le stranezze e le assurdità del mondo che abitiamo,
e che continuiamo a modellare giorno dopo giorno,
consapevoli o meno, attraverso la nostra stessa
maniera di abitarlo. Non sarei sorpreso che altri
ferventi lettori di Camus, alla ricerca del suo
messaggio alla posterità, giudicassero la mia
lettura diversa dalle loro, strana o addirittura
perversa: nell’inseguire indefessamente la verità
della condizione umana, Camus era consapevole che
l’oggetto della sua esplorazione restava aperto a
una moltitudine di spiegazioni e giudizi, e
resisteva strenuamente a ogni conclusione prematura
(del resto, quando ci si dedichi al mistero
insondabile della natura umana e delle sue
possibilità, qualunque conclusione non potrebbe che
essere prematura!), così come alla tentazione di
espungere dalla sua visione della tragedia umana, in
nome della logica e della chiarezza del discorso,
l’ambiguità e l’ambivalenza che ne sono attributi
irriducibili, se non addirittura quelli che la
definiscono. Non si dimentichi che Camus definiva
l’intellettuale come «uno la cui mente osserva se
stessa»...
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di Zygmunt Bauman
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arecchi
anni fa in un’intervista mi fu chiesto di
«riassumere il mio pensiero in un paragrafo». Non
saprei trovare descrizione migliore degli sforzi del
sociologo per indagare e registrare i sentieri
tortuosi dell’esperienza umana che questa citazione
di Camus: «C’è la bellezza e ci sono gli umiliati.
Quali che siano le difficoltà dell’impresa, vorrei
non essere mai infedele né all’una né agli altri».
Molti autori di ricette per la felicità degli
uomini, più radicali e più arroganti, denuncerebbero
questa professione di fede come un’incitazione
scandalosa a giocare su due tavoli. Ma Camus ha
mostrato, per me senza ombra di dubbio, che «fare
una scelta di campo» sacrificando uno di quei due
compiti per (apparentemente) svolgere meglio l’altro
finirebbe inevitabilmente per metterli fuori portata
entrambi. Lui stesso si diceva «posto a metà strada
tra la miseria e il sole». «La miseria – spiegava –
mi ha salvato dal credere che tutto vada bene sotto
il sole e il sole mi ha insegnato che la storia non
è tutto». Camus si confessò «pessimista sulla storia
umana, ottimista sull’uomo», nel quale vedeva
«l’unica creatura che rifiuta d’essere ciò che è».
La libertà umana, sottolineava, «non è altro che una
chance di essere migliori» e «il solo modo di
affrontare un mondo senza libertà è diventare così
assolutamente liberi da fare della propria esistenza
un atto di ribellione».
Il quadro che dipinge del destino e delle
prospettive dell’uomo s’iscrive a metà tra la figura
di Sisifo e quella di Prometeo, lottando – invano,
ma con ostinazione indefessa – per riunirli e
fonderli. Prometeo, l’eroe di L’Homme révolté,
sceglie una vita per gli altri, una vita di
ribellione contro la loro infelicità, scorgendovi la
soluzione a quella «assurdità della condizione
umana» che trascinava Sisifo, sopraffatto e
ossessionato dalla propria infelicità, verso il
suicidio come unica risposta e via d’uscita alla sua
umana (troppo umana) maledizione (fedele all’antica
massima enunciata da Plinio il Vecchio, e rivolta
senz’altro a tutti gli adepti dell’amore di sé
associato all’amor proprio: «Nella miseria della
nostra vita sulla terra, il suicidio è il miglior
regalo di Dio all’uomo»). Nella giustapposizione,
operata da Camus, di Sisifo e Prometeo il rifiuto
diventa un atto di affermazione: «Io mi ribello –
avrebbe concluso Camus – dunque noi esistiamo». È
come se gli uomini si fossero inventati gli ideali
della logica, dell’armonia, dell’ordine e dell’Eindeutigkeit
solo per essere spinti dalla loro condizione e dalle
loro scelte a sfidarli uno a uno nella pratica… Il
«noi» non potrebbe essere mobilitato da Sisifo il
solitario, che ha per tutta compagnia un masso, un
pendio e un compito di autosconfitta.
Ma anche nella maledizione di Sisifo, apparentemente
senza speranza e senza prospettiva, confrontato
com’è con l’assurdità assoluta della propria
esistenza, c’è uno spazio, atrocemente minuscolo, è
vero, ma ampio a sufficienza per accogliere
Prometeo. La sorte di Sisifo è tragica solo perché
egli è cosciente, consapevole dell’insensatezza
ultima delle sue fatiche. Ma come spiega Camus: «La
chiaroveggenza che doveva essere il suo tormento
determina al tempo stesso la sua vittoria. Non c’è
destino che non si superi con il disprezzo».
Scacciando la coscienza morbosa di sé per aprirsi
alla visita di Prometeo, Sisifo riesce a
trasformarsi da figura tragica di schiavo delle cose
in loro artefice gioioso. «La felicità e l’assurdo –
osserva Camus – sono due figli della stessa terra.
Sono inseparabili». E aggiunge: a Sisifo questo
universo «senza padrone» non sembra «né sterile né
futile. Ogni atomo di quella roccia, ogni falda
minerale di quella montagna piena di notte, da solo
forma un mondo. La lotta verso le vette basta a
riempire un cuore d’uomo. Bisogna immaginare Sisifo
felice». Sisifo è riconciliato con il mondo com’è, e
quest’accettazione spiana la strada alla ribellione.
Zygmunt Bauman, da «Le Nouvel Observateur»
(traduzione di Anna Maria Brogi)
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