ercherò di essere breve e di indicare sommariamente le linee o il quadro generale in cui
collocare il problema di questo nuovo soggetto politico. Prima di affrontare la questione però,
forse sarebbe il caso di intendersi sul termine “partito”. Perché, prima ancora del nome e dei
contenuti che dovranno riempire questo nome, dovremmo riflettere su un sintomo che ritengo
quanto mai significativo e che non è affatto un vezzo: il proliferare di nomi dei recenti partiti che
si sono affacciati sulla scena politica, ereditando più o meno gloriosi passati. Non vi è alcun
dubbio che questo fiorire di nomi è sintomo di uno svuotamento reale e, per certi versi,
drammatico delle culture politiche passate. E' sintomo dell'oggettiva difficoltà o
dell’impossibilità di trovare in quelle culture un radicamento ideologico, di valore, così come un
radicamento sociale, un forte riferimento sociale sia esso di ceto, di classe o di interesse
determinato. Insomma, il fiorire – in tutti i sensi - di nomi nella nostra recente storia politica va
preso molto sul serio come un sintomo importante di un indebolimento effettivo non solo della
cultura politica e del pensiero politico in questo paese, ma anche di una tendenza ancor più
pericolosa a collocare il partito politico in una sorta di aura metapolitica, come se la natura del
partito politico dovesse essere nascosta. Si dice, ecco non è un partito politico. E' un fiore. E'
qualcosa che attiene alla simbologia generale. Non è un vero partito politico, per carità. E' una
tendenza, un'opinione, un simbolo. Questo è molto pericoloso, perché nomen omen rappresenta
esattamente quel che per altri versi continuiamo a criticare, cioè la tendenza antipolitica, apolitica
da parte di altre forze. Ciò che critichiamo da una parte, adottiamo di fatto dall'altra.
Questo è un paradosso che bisogna riconoscere. Una debolezza, una contraddizione che bisogna
riconoscere.
Allora voglio dirvi subito la mia opinione. La mia opinione è che i processi di
secolarizzazione, comunque li possiate intendere, conducono certamente al venir meno di forme
partitiche intese come strutture fortemente identitarie, chiuse, integralistiche nella loro natura.
Questo processo è irreversibile e, dal mio punto di vista, assolutamente salutare. Ma, attenzione,
questo non può e non deve significare affatto che debba venir meno o che perda di senso la
ricerca della formazione di una nuova classe politica culturalmente attrezzata, armata di una
visione generale dello sviluppo, dei problemi, delle esigenze, e della collocazione internazionale
del proprio paese. Una classe politica che si organizza in un partito politico, nel senso vero del
termine, e chiede consenso sulla base di questi programmi e di questa visione. Viene meno il
partito- ideologia, nel senso che ho dato al termine nell'altra occasione di incontro in questa stessa
sede (intervento di M. Cacciari ai lavori conclusivi della I edizione del CFP il 18/12/05, n.d.r.),
cioè il partito che pensa che le proprie idee non solo orientano e cercano consenso - elemento
ineliminabile di ogni azione politica - ma pensa di risolvere in sé o di avere in sé la chiave per
descrivere e predire il futuro. Viene meno il partito- ideologia, viene meno il partito-stato, viene
meno il partito che in quanto partito crede di poter rappresentare la totalità degli interessi. Tutto
questo viene inesorabilmente meno, ma il venir meno del partito-ideologia non vuol dire che
viene meno un partito che ha una propria visione dei problemi del paese, della sua collocazione
internazionale e che, al suo interno, mantiene vivo un dibattito intorno a questioni di valore. Non
viene meno il partito ricco di idee, di proposte e di programmi; viene inesorabilmente meno il
partito- ideologia, nel senso che al termine è stato dato da tutta la grande cultura liberale e critica
del secolo passato e di tutta la nostra storia più recente. Viene meno il partito meramente
propagandistico, volto esclusivamente alla conquista di posizioni nell'apparato amministrativo.
Dovrebbe venir meno questa forma di partito che lotta esclusivamente per il potere. Viene meno
o dovrebbe venir meno un'idea di partito, contrapposta e complementare rispetto alla precedente,
sciolta in movimenti; oppure un'idea di partito che pensi di risolversi semplicemente in
programmi, di volta in volta mirati a situazioni specifiche, una sorta di politique d'abord.
Tuttavia, il venir meno di queste declinazioni, di queste fo rme che il partito ha assunto,
soprattutto da noi, e che minaccia di assumere o ha avuto la tentazione, la seduzione di assumere
nel recente passato, non significa affatto che dobbiamo abdicare alla ricerca o che si possa
abdicare alla definizione di un nuovo partito per svolgere un'azione politica di governo efficace.
E il nome “Partito Democratico”, che finalmente esce dalla debolissima simbologia florealbotanica,
obbliga a prendere sul serio il problema del partito politico. Perché? Proviamo un po’ a
ragionare in generale su questo nome.
Partito democratico non rappresenta, non può più rappresentare un disperato tentativo di
ancorarsi ad eredità date, ben definite della tradizione politica italiana; ma neppure innova in
termini meramente novistici, inventandosi simbologie astratte rispetto ad ogni riferimento
precisamente valoriale e sociale. Nessun nuovismo e nessun ancoraggio, radicamento - parola
che francamente detesto, perché non ci si può trovare bene avendo le gambe legate da radici - a
qualche cultura per qua nto nobile del passato. Né il termine Partito Democratico può intendersi
come risoluzione del problema del partito all'interno di una nebulosa di movimenti, interessi
dispersi, etc. A questo proposito, vorrei aprire un inciso in modo da evitare la continua
confusione terminologica e concettuale a cui assistiamo soprattutto in Italia: il rapporto tra il
partito politico e “movimenti” è connaturale e fisiologico in un sistema democratico, ed è
assolutamente produttivo in democrazia ; perché la politica e una politica democratica, laica,
consapevole dei propri limiti, sa che l'agire politico mai può proporsi in una chiave
onnirisolutiva. Pertanto, fuori dall'agire politico organizzato ci sono e ci saranno movimenti che
entrano anche in competizione e in conflitto con il partito organizzato: questo va bene, è
produttivo.
Il guaio è quando si tende ad appiattire un termine sull'altro, quando da parte del partito
politico si tende o si pretende di ridurre a sé la ricchezza del movimento, e quando da parte dei
movimenti si intende dare la linea ai partiti politici. Questa è una confusione esiziale che rende
improduttivi entrambi i termini della questione. Il cui rapporto è produttivo quando vi è una
giusta competizione tra le due dimensioni, ognuna consapevole dei limiti del proprio agire.
Allora la democrazia è davvero ricca, ed è una delle condizioni fondamentali per il ricambio di
classe dirigente. Partito Democratico, dunque, significa rimettere con realismo la politica
democratica al centro dell'attenzione; significa cioè pensare la sintesi tra partito – nel senso di
strutture burocratiche, professionali, senza le quali nessuna impresa può reggersi nel mondo
contemporaneo; una struttura capace di unità di direzione senza cui non c'è governo nel mondo
contemporaneo –, pensare la sintesi tra partito e forme carismatiche. Perché nel mondo
contemporaneo occorre anche questo, occorre la leadership - chiamiamo tutto con i bei nomi
vecchi, chiari, classici; ci vuole anche questo in un partito politico, democratico, di massa, non
riedizione di partiti d'azione - tanto per intenderci. Nel Partito Democratico di massa, occorre la
struttura professionale e occorre il riconoscimento della carica carismatica che si esprime oggi in
forme di comunicazione e linguaggi assolutamente nuovi, non più pesantemente improntati e
spesso caricaturalmente improntati alle forme del partito-ideologia o del partito-stato. Occorre
pensare all'accordo, alla sintesi, tra la forza organizzativa e anche – diciamo tutto coi brutti nomi
chiari, classici - la disciplina, perchè senza questo non vi è impresa nel mondo contemporaneo
che si regga. Tra forza organizzativa, perché il partito è e resterà un’organizzazione che lotta per
il potere, e rinnovata capacità, perché il partito non ha più punti di riferimento stabili e certi, né
ideologici né di classe né di ceto. Quindi l'esigenza che insieme a questa forza organizzativa vi
sia una capillare capacità di ascolto, un’estrema duttilità ed elasticità. Forza organizzativa e
duttilità, elasticità non sono in contraddizione nell'impresa moderna: sei forte solo se sei capace
di ascoltare, di ricevere immediatamente il mutamento culturale, il mutamento delle domande;
sei forte se sei un'organizzazione in grado di conoscere capillarmente queste informazioni, se sei
capace di interpretare criticamente, non in termini propagandistici o ideologici, il febbrile
mutamento, il febbrile movimento, la mobilitazione continua ed universale propria del mondo
contemporaneo. Devi avere una grande forza organizzativa capace di essere costantemente in
ascolto, capace di accompagnare - come dice spesso il nostro amico Aldo Bonomi - queste
trasformazioni. Ma non basta accompagnarle con l’ascolto: devi interpretarle criticamente, devi
organizzare questa domanda, ridurre al dunque per avere alcuni significati precisi, e su questa
base condurre una lotta organizzata per il potere, per governare un paese. E’ per questo che sono
stati inventati i partiti politici, e non è necessario che tutti sentano questa vocazione - per
esempio, io sento pochissimo questa vocazione, sento molto più la vocazione di leggere e
studiare –, ma partito politico e fare politica è questo. Allora, parlare di Partito Democratico
significa porre all'ordine del giorno la formazione di una classe politica di questo tipo - come
diceva prima Nicola Pasini. Una classe politica che non sarà più l'aristocrazia politica e,
aggiungo, per nostra fortuna, perché le grandi aristocrazie politiche nascono da guerre, da guerre
civili. E' augurabile che l'aristocrazia politica come quella del vecchio PCI o per certi versi della
vecchia DC non si riproduca più, perché la storia ci insegna che le aristocrazie politiche sono il
frutto di immani tragedie. Ma il fatto che non dobbiamo pensare ad aristocrazie politiche,
significa che non possiamo pensare ad un ceto politico che abbia i caratteri che prima
descrivevo? Un ceto che sia effettivamente rappresentativo? Un partito in cui l'agire dei capi sia
veramente imputabile a tutto il resto del gruppo e quindi legittimo? E' impossibile pensare a
questo perché non abbiamo più le aristocrazie? E' necessario continuare con ceti politici
abberracciati, perché non c'è più l'aristocrazia? Insomma, quando si parla di partito politico e di
Partito Democratico, rimettendo finalmente al centro dell'attenzione, con questo stesso termine,
la questione del partito politico in democrazia, nella democrazia, per la democrazia, dobbiamo
capire che assumiamo una grande responsabilità. Non avverto questo nel dibattito attuale. Si
parla di Partito Democratico come se si parlasse più o meno di una soluzione resa necessaria
dalle contingenze. Parlare di Partito Democratico responsabilizza, responsabilizza
tremendamente dal punto di vista delle strategie, dei contenuti e delle forme organizzative. Di
questo bisogna al più presto parlare, non possiamo giocarci questa questione come fosse
nominalismo. Partito Democratico: quando abbiamo tirato fuori questo termine avremmo dovuto
tremare. Ci mettiamo per una strada estremamente difficile, affascinante, seducente. L'unica che
io ritengo possa dare risposta ai problemi drammatici di questo paese e forse non solo di questo
paese. Ma dobbiamo assumercene tutta la responsabilità. Non ci può essere nulla di improvvisato
su questa strada, tanto meno nulla di dettato da esigenze elettoralistiche, perché altrimenti ci
giochiamo probabilmente l'ultima prospettiva di riforma del sistema e dell'equilibrio politico
italiano.
Ma parlare di Partito Democratico significa o no parlare anche di democrazia? Il Partito
Democratico, se ha un senso, deve essere un esempio di democrazia. E cosa significa
democrazia? Anche qui non possiamo nasconderci la grande crisi che attraversa il regime e il
sistema democratico, la deriva oligarchica che sta assumendo. Quindi il Partito Democratico
deve dire prima di tutto che cosa pensa di questa deriva, cosa pensa della democrazia. Cos'è
democrazia per il Partito Democratico? E' scontata questa domanda? E allora per il Partito
Democratico, a mio avviso, democrazia non può significare soltanto procedura per arrivare alla
designazione di capi che poi decidono. Il Partito Democratico deve reagire a questo decisionismo
in sedicesimo, in millesimo che impesta il dibattito politico italiano. Come se il problema fosse
semplicemente quello di giungere il più rapidamente possibile ad una decisione qua lsiasi - al di
là delle decisioni specifiche che può aver preso chi ci governa, speriamo ancora per poco. E' una
deriva concettuale prima ancora che pratica e contingente. Il problema della democrazia negli
ultimi decenni si è pericolosamente spesso ridotto al problema della decisione. E figuratevi se io
non sono sensibile al problema della decisione. Negli anni '70, dai miei compagni del Partito
comunista venivo quasi accusato di essere fascista perché dicevo loro di leggere Schmitt e la
storia di Weimar. Quindi certo che la democrazia non può essere una democrazia discutilora.
Certo che la democrazia non ha niente a che vedere con l'assemblearismo. Certo che democrazia
è procedura per giungere a decisione. Ma per giungere ad una decisione partecipata, per giungere
ad una decisione consensuale che si costruisca e si legittimi su un consenso effettivo, che
costruisca o tenti di costruire questo consenso. Cioè non c'è decisione senza costituzione, e
questo slogan è quanto mai attuale in Italia. Le decisioni avvengono nell'ambito di un patto
costituente che va ben al di là del gioco di maggioranza e minoranza. E quindi, per noi, significa
concepire il proprio ruolo non solo come governo della domanda sociale e riduzione di
complessità ma, come ricordavo prima, un ruolo di accompagnamento, di assecondamento della
domanda sulla base di una concezione del conflitto come conflitto produttivo, e non soltanto
come impedimento e ostacolo. Per me democrazia non è tollerare, saper tollerare il conflitto
anche tra i valori. Ma concepire questo conflitto come ciò che arricchisce il cervello sociale, che
lo alimenta, che ne aumenta la stessa produttività. Democrazia quindi non può essere soltanto un
ordine amministrativo-burocratico, una razionalità burocratica e per ciò necessariamente portante
a quel che, nel dibattito attuale, malamente si chiama relativismo, etc. Democrazia è quel ordine
che mantiene vivo il conflitto tra i valori, conflitto che è la quintessenza di un sistema
democratico, ma riesce a renderlo produttivo, produttivo di nuove idee, di nuovi ceti politici, di
nuovi programmi, di nuove risposte alla domanda sociale. Questa è l'alchimia che la democrazia
deve riuscire a produrre. Questa: la trasformazione del conflitto in motore dello stesso sviluppo
economico. Si parla tanto di nuovo ceto politico o di ricambio di ceto politico, ma solo in un
ambiente di questo tipo, in una democrazia di questo tipo potrà esserci ricambio di classe
dirigente. Il ricambio di classe dirigente non può avvenire per via di cooptazione, perché delle
oligarchie diventano così buone o sono così illuminate da capire di dover cooptare al proprio
interno qualche trentenne. Non è così che avviene il ricambio di classe dirigente. Le oligarchie di
partito devono costruire questo ambiente, questo habitat. Dopodichè, all'interno di questo
ambiente e di questo habitat, vedrete che i trentenni si arrangiano per conto loro a scalzare i
sessantenni e settantenni. Anche con questa legge elettorale. Perché non ci sono scorciatoie, non
ci sono ingegnerie elettoralistiche, istituzionali che garantiscano il ricambio di classe dirigente.
C'è solo una strategia dei partiti politici che costruisce l'habitat, il contesto, che costruisce
l'ecosistema che ho descritto. Ed è su quello, e per quello, che si cambia classe dirigente, non per
meccanismi e ingegnerie elettoralistiche. Sono quindici anni che inseguiamo questa cattiva
utopia secondo cui cambiamo il sistema politico e gli equilibri politici italiani attraverso
meccanismi ed ingegnerie elettoralistiche. E' una questione di cultura politica e di strategia
politica che non può essere portata avanti che da nuovi partit i e da nuovi soggetti politici - di
questo stiamo parlando. E allora cosa significa democrazia? Lo slogan della Margherita dice
"Democrazia è libertà", io preferirei dire che democrazia è liberare. Un'azione che libera queste
risorse, queste energie, che le libera da tutti gli impedimenti. Proprio come diciamo – con i
liberali - che occorre liberare il mercato economico dalle spire mo nopolistiche, oligopolistiche,
così altrettanto una strategia di Partito Democratico deve avere come obiettivo fondamentale di
liberare la ricchezza del nostro corpo sociale, le sue nuove professioni, i suoi nuovi interessi.
Liberarli, sgessarli dai vincoli corporativi, cetuali, da quelle lobbies d'Italia di cui ha scritto
benissimo Giavazzi nel suo pamphlet. Questo è anzitutto il significato e il ruolo del Partito
Democratico. Liberare, liberare. Liberalismo significa liberare, saper liberare, cioè impedire
posizioni di monopolio non soltanto nel mercato. Bisogna concepire anche il sistema politico
non come forma di un potere, ma come equilibrio dinamico tra poteri autonomi, ognuno con la
propria fonte di legittimità. Badate che questo era il concetto fondamentale della battaglia
federalista andata assolutamente perduta. Allora, su questo occorre che il nuovo partito si misuri:
democrazia liberale, nel senso di liberare, e federale. Questi due termini vanno declinati insieme
e devono essere al centro del programma del nuovo soggetto politico, che perciò dovrà essere
anche articolato territorialmente in modo del tutto diverso da come sono ancora oggi articolati i
partiti. E bisogna vigilare, perché federale non vuol dire solo articolazione territoriale del paese,
ma equilibrio tra poteri autonomi e difesa di queste autonomie al di là dei giochi di maggioranza
e minoranza, come elemento fondamentale del vero federalismo. Contro l'affermarsi di ogni
prepotere di uno di questi sull'altro. E qui dobbiamo realisticamente ammettere che un potere si
sta affermando nei confronti di ogni altro, ed è insofferente in modo crescente verso ogni forma
di controllo: non c'è dubbio che il potere economico-finanziario, come è stato denunciato dai più
importanti liberali contemporanei abbia, e assuma sempre più, questa tendenza. Badate, tendenza
contro la quale occorre reagire a suo stesso nome. Come i Weber, i Keynes sapevano: bisogna
sempre "salvare il capitalismo da se stesso". Questa tendenza all'insofferenza nei confronti di
ogni norma e di ogni controllo, è infatti lesiva degli interessi stessi di questa forma e di questo
tipo di sviluppo (e non ne abbiamo inventati altri in grado di garantire benessere diffuso, in grado
di potere garantire, di avere la possibilità di garantire un più diffuso benessere e più diffuse
condizioni di equità). Quindi bisogna liberare il mercato da questa sua tendenza, da questo vizio
congenito a sopprimere le proprie condizioni di buon funzionamento. Per farlo occorre politica,
occorre governo e occorrono regole, ma tutta questa dimensione programmatica sta all'interno
del quadro generale, del significato che noi diamo al termine democrazia.
Ma vorrei concludere. Nicola Pasini prima parlava di laicità, e su questo vorrei dire
qualcosa. Democrazia per me ha senso soltanto se è un luogo, un regime, un sistema in cui il
conflitto tra i valori, lungi dall'essere demonizzato o dall' essere qualcosa che pretenderemmo
superare riducendo ad uno, è qualcosa che viene visto e interpretato come alimento ed energia
dello stesso sviluppo. E la politica è tanto grande, in quanto appunto riesce a mettere nel motore
della democrazia il conflitto di valori. Laicità è questo. Non è una vuota tolleranza, non è una
vuota indifferenza. Laicità è passione per il conflitto di valori, interesse per il conflitto di valori,
riconoscimento della sua necessità per lo sviluppo democratico. Il Partito Democratico non potrà
perciò in nessun modo essere rappresentante di una scala di valori. Qui sta la sua tipicità, tutto il
suo azzardo e anche tutto il suo fascino. Proprio il fatto che stiamo pensando ad un partito che, in
quanto democratico, cioè avendo que lla idea di democrazia e dovendola interpretare, dovrà avere
e custodire al suo interno come propria energia il conflitto dei valori. Questo è l'azzardo, il
rischio e il fascino dell'operazione. Questo fa del nuovo Partito Democratico qualcosa che non ha
a che fare con le grandi storie politiche europee del passato. Questa è essenzialmente,
culturalmente la novità che dobbiamo cercare di pensare e che poi, mi auguro, presto potremmo
cercare di organizzare, di costruire. E’ un Partito Democratico davvero da inventare. Ma è la
storia italiana che porta in questa direzione, anche la storia europea. Come si fa a non vedere,
come dicevo all'inizio, l'esaurimento delle culture politiche passate? Come si fa a non vederlo?
Lo dichiariamo tutti in tutti i nostri discorsi. E poi, quasi ci ritiriamo spaventati quando
tocchiamo il problema con troppa durezza, perché ci sembra che frani anche l'ultimo possibile
ancoraggio. Qui si vede proprio la novità del progetto: tenere in sé quei diversi punti di vista.
Quei diversi punti di vista accomunati da che cosa? Accomunati ognuno dall'esigenza di
corrispondere, parzialmente certo, alle trasformazioni culturali e sociali in essere. Sicuro di
saperle ascoltare, per quanto parzialmente, per quanto secondo un punto di vista particolare. Ma
il nuovo Partito Democratico non può essere un punto di vista particolare, pena il ritornare alle
vecchie storie oppure davvero pensarsi come il partito elitario, intellettuale, illuminista che
orienta, che dà la linea, che ha l'interpretazione giusta. No, il nuovo partito di massa deve essere
il partito che ha al suo interno il conflitto dei valori del mondo contemporaneo, ma li sa
interpretare criticamente, non li assume acriticamente. Li riconosce, dialoga con essi, li ascolta, li
interpreta, li media al proprio interno. Allora, il dibattito di questo partito sarà un dibattito
affascinante, ricco, che stimolerà l'adesione dei giovani; infatti, nessun giovane entra in un
partito semplicemente per fare carriera amministrativa, burocratica, per fare il sindaco o il
deputato. Fintantoché sarà così, la selezione avverrà a rovescio. I partiti politici assumeranno i
peggiori, questa è la verità.
E' possibile far questo? Lavoriamoci, vediamo. Confrontiamo, compariamo. Siamo agli
inizi, nessuna impazienza. Se siamo impazienti finiremo per fare un contenitore elettoralistico
che finisce domani mattina. Si dice: mettiamo insieme i riformismi liberali, socialdemocratici,
cattolici. Sono parole, fintantoché non andiamo a vedere di che cosa si tratta. Quanti sono i
riformismi cattolici? Di quali parliamo? Di Sturzo, di De Gaspari, di Fanfani? Bisogna
cominciare a confrontarsi sulla storia seriamente, ma soprattutto sulle destinazioni che a partire
da questa storia possiamo darci. E così per i riformismi socialdemocratici, per i riformismi
liberali, etc. Chi è liberale? Keynes? Croce? Bisogna confrontarsi sulla storia, ma guai a fermarsi
lì, questo lo faranno gli accademici, i professori. Però in una fase di maieutica come l'attuale, è
certo che anche il lavoro intellettuale dovrà avere il suo peso nella formazione del nuovo
soggetto politico, perché altrimenti il nostro lavoro risulterebbe un po’ incompleto. Credo sia
questa la destinazione del Partito Democratico: creare questa sintesi, un’unità che non è di
vecchio stampo, ma è unità nella e della molteplicità. E’ davvero una sorta di curiosa complexio
oppositorum se si vuole, e i miei amici cattolici dovrebbero essere i primi a entusiasmarsi per
questa prospettiva, mentre spesso appaiono come i più resistenti. Dovrebbero entusiasmarsi
perché un partito così concepito ha al suo interno, come nerbo essenziale, un certo personalismo
cattolico; e quella cattolica dovrebbe essere una delle culture che più permeano questo partito, se
viene inteso secondo le linee generali qui descritte.
Questo Partito Democratico rappresenta la democrazia, rappresenta un’idea della
democrazia, un’ idea progressiva della democrazia; una sorta di democrazia costantemente in
stato costituente e che vede appunto, secondo il nostro Macchiavelli, che ciò che distrugge gli
stati da un lato è la loro debolezza ma dall'altro è il fatto che non mutano mai, che resistono al
mutamento delle loro costituzioni; doppia debolezza, quelli che mutano sempre e quelli che
resistono al mutamento. Questa idea di democrazia è un'idea fondata sul Partito Democratico,
che si articola intorno ad un Partito Democratico capace di rappresentarne la complessità. E al
tempo stesso, questo Partito Democratico muta e si trasforma criticamente con l'evolversi e il
mutare della società. E' questa la sfida che abbiamo davanti. E' questa la novità che dobbiamo
cercare di costruire. E dobbiamo costruirla non soltanto per dare forza ad ex-Margherita, ex-
Democratici di sinistra, per parare le loro debolezze. Potremo costruire questo nuovo soggetto
solo se questi partiti e tutti coloro che li accompagneranno, li sosterranno e collaboreranno a
questo sforzo, comprenderanno che soltanto così noi difendiamo, innovandola, la democraziaitaliana. Grazie
Massimo Cacciari
Milano, 18 gennaio 2006