“
ome
se il mondo non avesse già abbastanza
enigmi, ci tocca anche capire come
quegli altri poterono contrarre la fede
in un essere divino e donde questa fede
tragga il suo immenso potere, capace di
sopraffare ragione e scienza”
(Sigmund Freud, Opere, vol.11,
Boringhieri, Torino 1979, p.440)
La religione è innocente?
Grandi filosofi, prima di Freud, avevano
messo a dura prova le credenze religiose.
Basti ricordare almeno, che tra ‘700 e
‘800 le basi del confessionalismo (cristiano-cattolico
in particolare) erano state
irrimediabilmente poste in crisi dalle
acute analisi di Hume, Kant, Feuerbach,
Marx, fino al celeberrimo “Dio è morto”
di Nietzsche. Spazzata via ogni pretesa
ontologica, visto che “l’esistenza non è
un predicato deducibile da un concetto”,
Dio appariva una congettura utilizzata
come consolazione, controllo sociale,
inibizione delle energie vitali ed
intellettuali. Ma nessuno, prima di
Sigmund Freud, era giunto a dissolvere
la religione in patologia. Lo scandalo
fu grandissimo. Non si perdonava al
fondatore della psicanalisi di aver
spiegato che la religione è un’illusione,
dove il credente smarrisce il senso
della realtà a vantaggio di fantasie
psichiche, che diventano delirio
collettivo nell’acquiescenza del gruppo.
In Psicologia delle masse ed analisi
dell’Io (1921), Freud parla di
annullamento della personalità cosciente
e di rapimento ipnoide degli individui,
che pensano per immagini prive di
riscontro empirico. Poiché nella
religione, la fede è premessa, mezzo e
fine, si comprende come i meccanismi
d’induzione suggestionale possano essere
talmente contagiosi per i credenti, da
renderli impermeabili a dubbi e
incertezze. “Noi crediamo per fede!” In
questo motto si corazza l’automatismo
psichico, mentre la singolarità annega
nell’omologazione identitaria. Freud ne
L’avvenire di un’illusione (1927) scrive:
“Prendiamo in considerazione la genesi
psichica delle rappresentazioni
religiose. Queste, che si presentano
come dogmi, non sono precipitati
dell’esperienza o risultati finali del
pensiero, sono illusioni [...].
Caratteristico dell’illusione è derivare
dai desideri umani; per tale aspetto
essa si avvicina ai deliri psichiatrici
[...]. Chiamiamo dunque illusione una
credenza, quando nella sua motivazione
prevale l’appagamento di desiderio, e
prescindiamo perciò dal suo rapporto con
la realtà, proprio come l’illusione
stessa rinunzia alla propria convalida ”
(L’avvenire di un’illusione in Il
disagio della civiltà, Boringhieri,
Torino, 1971, pp. 170-171). Una diagnosi
che disturba ancora oggi. Ma “la
psicanalisi è un metodo di ricerca, uno
strumento imparziale”(ibidem,p.177).
Pertanto, di fronte ai meccanismi di
proiezione, rimozione, razionalizzazione,
sublimazione del fedele, Freud non può
tacere la diagnosi sulle credenze
religiose: “un narcotico con cui l’uomo
controlla la sua angoscia, ma ottundono
il suo cervello”. L’umanità, dovrebbe
impegnarsi a liberarsi da questa
illusione: usufruirebbe di energie
razionali preziosissime per la
costruzione della stessa “civiltà”. Ma
l’ impresa è ostica, visto che “quando i
problemi sono quelli della religione,
gli uomini si rendono colpevoli di tutte
le possibili insincerità e scorrettezze
intellettuali” (ibidem, pp. 172-173).
Del resto, lo stesso cardine della fede
–nota Freud- non sta proprio nel “credo
quia absurdum” teorizzato dai padri
della Chiesa? Un’antinomia con cui hanno
dovuto fare i conti i teologi di ogni
tempo. Questi, sforzandosi di dare una
struttura logica ai principi religiosi,
si sono però invischiati in una tale
ragnatela di contraddizioni e paradossi,
che infine sono stati costretti a
rifugiarsi nell’alveo della
sovrannaturale verità rivelata: “Le
prove da essi tramandateci sono
contenute in scritti che di per sé
comportano tutti i caratteri
dell’inattendibilità. Sono pieni di
contraddizioni, rielaborati, falsificati;
dove ragguagliano su convalide fattuali
risultano essi stessi privi di convalida.
Non giova gran che affermare [...] che
traggono origine dalla rivelazione
divina; già di per sé tale affermazione
è infatti parte delle dottrine [...] e
nessuna proposizione può provare se
stessa” (ibidem, p.167) La religione
appare quindi, un esercizio filologico
su verità supposte, la cui garanzia
sarebbe il mistero divino. Il dio
rivelato e metabolizzato nel
cristianesimo, che Freud storicamente
considera la “forma ultima assunta nella
civiltà bianca, cristiana” (ibidem, p.
160), è una costruzione del credente,
che in nome di dio inibisce ogni dubbio.
Ma allora, possiamo prendere il devoto a
modello di individuo compiuto, come i
teologi vorrebbero? Freud utilizza una
metafora: “può l’antropologo darci
l’indice cranico di un popolo che segue
il costume di deformare con le
fasciature le teste dei bambini sin da
quando son piccoli?” (ibidem, p. 187)
Insomma, se in nome della fede si
comprime la razionalità: “E’ proprio
impossibile che una parte notevole di
colpa in questa relativa atrofia l’abbia
l’educazione religiosa?”(ibidem, p.
187).
Sintomatologia del
Dio Padre
La dimensione di massa della
fenomenologia religiosa è fondamentale
per la sua diffusione, ma anche per
occultarne la patologia. Riportiamo un
giudizio di particolare efficacia
sintetica, che Freud formula nel terzo
saggio di L’uomo Mosè e la religione
monoteistica (1938) rispetto ai dogmi
delle religioni: “portano in sé il
carattere dei sintomi psicotici, ma al
contempo, come fenomeno di massa,
sfuggono alla maledizione
dell’isolamento” (in Opere, Boringhieri,
Torino, 1979, vol.11, p.407). Il
credente non prova disagio per queste
illusioni. Non sente il bisogno di
ristabilire il senso della realtà.
Considera Verità le sue credenze, perchè
sa di condividerle col gruppo dei fedeli.
Sfugge così al peso dell’isolamento, che
è la “maledizione” di ogni altra
sintomatologia nevrotica. In questa
prospettiva, i rituali religiosi possono
costituire un formidabile rifugio per le
nevrosi individuali. In uno scritto del
1907, Azioni ossessive e pratiche
religiose, Freud afferma: “Certo non
sono io il primo a notare la somiglianza
delle cosiddette azioni ossessive dei
nevrotici con le pratiche mediante le
quali il credente attesta la sua
devozione religiosa. [...] Coloro che
eseguono azioni ossessive o cerimoniali
appartengono -accanto a quelli che
soffrono di pensieri, rappresentazioni,
impulsi coatti- a una particolare unità
clinica, per la quale abitualmente si
usa il termine nevrosi ossessiva”. (in
Opere, Boringhieri, 1980, vol.5, p.341).
Come il nevrotico trova consolazione
alla sua angoscia nella coazione a
ripetere alcuni comportamenti, così il
fedele nelle cerimonie religiose. Si
tratterebbe appunto di una medesima
“unità clinica”. Nella reiterazione
ritualistica, il credente sposta e
condensa fondamentali istanze pulsionali
su un oggetto: il dio che adora. Freud
analizza questo investimento psichico,
che sta alla base della religione del
Dio-padre. E’ questo un dio unico ed
onnipotente, di fronte al quale il
fedele si sente sempre inadeguato, così
come lo era da bambino davanti alla
“figura genitoriale”. Ne era dominato e
per questo ha tremato. Ma ne ha ricevuto
anche amore e protezione. Ha provato
laceranti e ambivalenti sentimenti.
Questa figura genitoriale, introiettata
come potente Super-io, è traslata nella
religione del Dio-Padre. E continua ad
incombere anche sul figlio adulto,
fragile e disobbediente, che cerca guida
e conforto nel padre ideale a cui resta
legato (religare = legare, da cui
religione): “il motivo che la
psicoanalisi adduce per il formarsi
della religione è uno solo: il
contributo infantile alla sua
motivazione manifesta [...]. Il motivo
del desiderio ardente del padre coincide
pertanto col bisogno di protezione
contro le conseguenze della debolezza
umana; la difesa contro l'insufficienza
infantile lascia il suo segno
caratteristico sul modo di reagire
dell'adulto contro la sua fatale
impotenza, ossia sulla formazione della
religione” (L'avvenire di un'illusione,
cit, pp. 163-164). E’ questa la
spiegazione psicanalitica, ma anche
storica, della nascita della religione
del Dio unico: “il primitivo ha bisogno
di un dio come creatore del mondo, capo
supremo della tribù, protettore
personale [...]. L’uomo [...] del nostro
tempo, si comporta alla stessa maniera.
Anche lui resta infantile e bisognoso di
protezione persino da adulto; pensa di
non potere fare a meno del sostegno del
suo dio [...] e quanto più grande è il
dio tanto più sicura è la protezione che
può donare” (L’uomo Mosè e la religione
monoteistica, saggio terzo, cit, p.445).
A questo Super-io deificato egli
sacrifica con orgoglio, come faceva da
piccolo col genitore, le pulsioni
vietate per guadagnarsi approvazione e
protezione. Al Dio-padre, e ai suoi
officianti, il credente chiede:
assoluzione dai peccati commessi ed
assicurazione contro le colpe future.
Così, nella dimensione religiosa,
all’interno della dicotomia
disobbedienza-obbedienza al precetto,
manifesta la sintomatologia del
“complesso del padre”. Come un nevrotico,
cerca di mediare tra coazione a
soddisfare le spinte libidiche e
coazione ad inibirle. Impegnato a
rimuovere i desideri profondi e a
razionalizzarli in fobia, è schiacciato
dal suo conflitto interiore. Cerca aiuto.
E spera di trovarlo nel sistema di
prescrizioni religiose. Qui, l’Io
scambia il sacrificio con la ricompensa
promessa: “L’Io si sente elevato, prova
orgoglio per la rinuncia pulsionale come
per un atto di gran valore. [...]Quando
l’Io offre al Super-io una rinuncia
pulsionale, si aspetta in compenso più
amore.” (ibidem, p. 435). E’ un
investimento affettivo che non ammette
dispersioni (altri dei). E’ ristabilita
la maestà dell’Unico Dio-Padre. Così, il
popolo ebraico “in una nuova ebbrezza di
ascesi morale [...] s’impose sempre
nuove rinunce pulsionali, raggiungendo,
almeno nella dottrina e nel precetto,
vertici etici che erano rimasti
inaccessibili agli altri popoli antichi”
(ibidem, p. 450). E’ un sentimento che
ritorna anche nel cristianesimo. Anzi,
l’accresciuto senso di colpa per
un’umanità strutturalmente peccatrice,
nella “buona novella” rinsalda a tal
punto l’autorità paterna, da tributarle
il martirio del figlio, nella speranza
di una assoluzione-redenzione universale:
“siamo redenti da ogni colpa dacché uno
di noi ha sacrificato la sua vita per
assolverci” (ibidem, p. 451). Se per gli
ebrei è centrale la partecipazione al
progetto di Dio sulla terra e, in questo
impegno il popolo ebraico si sente
eletto; per i cristiani subentra la
liberazione di essere i redenti. Non a
caso, in questa religione assume
preminenza un Dio Padre Amore, che
compensi la sottomissione-espiazione
richiesta con un rassicurante valore di
senso dato all’Universo. Un Dio
onnisciente ed onnipotente con cui
annebbiare la individuale responsabilità
della scelta e tenere in scacco le
incognite e le paure della fatica di
vivere. Un Dio-Provvidenza che compia il
suo disegno finanche in un’altra vita.
Esaurita quella biologica, il credente
anela infatti ad una perfetta quanto
infinita beatitudine, come compimento
vero ed ultimo dell’universale
provvidenza: “Alla fine tutto il bene
trova la sua ricompensa e tutto il male
la sua punizione, se non già in questa
forma della vita, nelle ulteriori
esistenze che cominciano dopo la morte.
In tal modo tutti i terrori, le
sofferenze e le asperità della vita sono
destinati alla cancellazione[...]”;
“Mediante il benigno governo della
Provvidenza divina, l’angoscia di fronte
ai pericoli della vita viene calmata,
l’istituzione di un ordine morale
universale assicura l’appagamento
dell’esigenza di giustizia, che nella
civiltà umana è rimasta così spesso
inappagata, il prolungarsi
dell’esistenza terrena mediante una vita
futura istituisce la struttura spaziale
e temporale in cui questi appagamenti di
desideri devono trovare il loro
compimento” (L’avvenire di un illusione,
cit., pp. 159; 170). Un’aspirazione alla
felicità alienata e sublimata in una
mitica anima, purificata da tutta una
vita di inibizioni offerte in sacrificio,
ma che alla fine prenda posto accanto al
Dio-Padre-Provvidenza nell’immaginifico
cielo. Qui, senza più corpo che spinga
agli appetiti pulsionali (peccati), sarà
finalmente pacificata in seno al Super-io
deificato. E’ l’adempimento della
escatologia, di cui il fedele può avere
qualche sentore nell’Eucarestia.
Banchetto Totemico e Banchetto
Eucaristico. Dalla religione del padre a
quella del figlio
In Totem e Tabù (1913) Freud prende le
mosse dalla teoria darwiniana sull’orda
primordiale. Al pari di altri primati, i
nostri più remoti progenitori sarebbero
vissuti in branchi, dominati da un capo-maschio.
Un padre-padrone tirannico e geloso, che
possedeva le donne del clan e le teneva
gelosamente lontane dagli altri maschi.
La lotta per sostituirsi al capo era
crudele e poteva concludersi con la sua
uccisione. Fin qui Darwin. Freud, alla
luce della sua esperienza analitica e
servendosi anche di fondamentali studi
di etnologia (in particolare di W.
Robertson Smith), ricompone in una trama
unitaria i vari tasselli antropologici
sull’orda primordiale. Egli nota, che
tutte le società primitive sono
accomunate dalla cerimonia del banchetto
totemico, in cui i membri della tribù
uccidono e mangiano un animale sacro ad
un dio o simbolo del dio stesso. Questo
rituale, che rappresenta l’unitarietà
sacra del clan, può essere letto come
metabolizzazione della drammatica
ribellione al padre-padrone dell’orda,
motivata dalle spinte libidiche dei
figli, continuamente represse anche con
la punizione (reale o minacciata che
fosse) dell’evirazione. Antichissimo era
dunque quel complesso di castrazione,
che, come effetto dei sensi di colpa
connessi al complesso di Edipo, la
psicanalisi riscontrava in tanti piccoli
pazienti. Si trattava di una paura
ancestrale, che veicolata in tanta
mitologia classica, conserva traccia
simbolica nella stessa circoncisione.
Nell’orda primordiale, quindi, bisognava
scavare più a fondo. E Freud arriva alla
conclusione, che i rituali del banchetto
totemico evocassero l’uccisione del
padre-capo dell’orda da parte dei figli
ribelli, che ne avrebbero mangiato il
corpo, nella credenza tipica delle
comunità antropofaghe di assimilarne la
potenza. Ucciso il padre, il branco si
sarebbe trovato però senza protezione e
in preda a lotte fratricide per la
conquista del potere. In questo contesto
sarebbe maturato un senso di colpa
collettivo, che avrebbe portato il
gruppo a darsi regole basilari. Si
sarebbe così imposta una sorta di
“ubbidienza postuma” alla legge del
padre. Di qui i due tabù delle società
primitive: divieto di profanare il capo
(padre-totem) e divieto d’incesto. Il
banchetto dell’orda primordiale deve
essere avvenuto, ma –precisa Freud-
anche se fosse solo un prodotto
dell’immaginario collettivo, non cambia
la sostanza degli ancestrali conflitti
libidici con cui ogni essere umano
continua a misurarsi. C’è un legame
dunque, tra i primi desideri del bambino
e quelli delle società primitive, perché
“i fondamentali comandamenti del
totemismo, le due prescrizioni che ne
costituiscono il nocciolo, cioé la
proibizione di uccidere il totem e
quella di sposare una donna dello stesso
totem, coincidono, nel contenuto, con i
due crimini di Edipo, che ha ucciso il
padre e sposato la madre. [...] il
sistema totemico è sorto dalle
condizioni del complesso di Edipo”
(Totem e Tabù, Newton, 2005, p. 167). Ma
le tracce mnestiche di quel banchetto
non si sono esaurite nella mitologia
pagana che ne conserva memoria. Esse
sopravvivono nel sacramento eucaristico.
Qui avverrebbe però una singolare
inversione dei ruoli: è il figlio Cristo
ad essere sacrificato al padre per
rimediare alla colpa originaria:
“sacrificando la propria vita, egli
redense tutti i suoi fratelli dal
peccato originale. [...] viene rimesso
in vita l’antico banchetto totemico in
forma di Comunione, in cui i fratelli
riuniti si cibano della carne e del
sangue del figlio, e non del padre, per
santificarsi e identificarsi con lui” (ibidem,
pp. 185-186). E non è di secondaria
importanza che il Figlio sia casto. Solo
così può provare al padre il superamento
del Complesso di Edipo: “La
riconciliazione col padre è tanto più
completa in quanto, contemporaneamente
al sacrificio, si proclama la rinuncia
alla donna, che è stata la causa della
ribellione contro il padre” (ibidem, p.
186). In questa sottomissione del Figlio
al Dio-padre, tuttavia, trapelano alcune
ambiguità. Nel mito cristiano, Gesù è
egli stesso Dio, incarnatosi per volontà
del Dio-padre. E’ dunque a tutti gli
effetti Dio: accanto al Padre, ma
identico al Padre. Così, pur nella
riproposizione del Dio unico, ritorna
l’incontenibile psicologica aspirazione
del figlio a prendere il posto del
padre: “Nello stesso tempo e con lo
stesso atto, il figlio, che offre al
padre l’espiazione più piena, realizza i
suoi desideri contro il padre. Diviene
egli stesso dio accanto al padre, o
meglio al posto del padre. [...] Ma la
Comunione cristiana è, in fondo, una
nuova soppressione del padre, una
ripetizione dell’atto che richiede
espiazione” (ibidem, p. 186).
L’Eucaristia ricorda fin troppo la
vittoria dei figli sul padre. Il mito di
Cristo sostituisce all’orda paterna
l’alleanza del clan fraterno. La
religione del padre, sviluppatasi col
monoteismo ebraico, è trasformata dal
cristianesimo in quella del figlio,
perchè la morte del figlio: “volta
apparentemente alla riconciliazione col
Dio padre, finì col detronizzarlo e
sopprimerlo. Il giudaismo era stato la
religione del Padre, il cristianesimo
diventò una religione del Figlio.
L’antico Padre divino si ritirò dietro
Cristo, e al suo posto venne Cristo, il
figlio, proprio come ogni figlio aveva
sperato in èra remota”(L’uomo Mosè e la
religione monoteistica, cit., p 409).
Tuttavia non è annullato il senso di
colpa per la disobbedienza al padre
primigenio. Anzi, questa colpa è
divenuta genetica: “Paolo, un ebreo
romano di Tarso, ricuperò questo senso
di colpa [...]. Chiamò questa il
‘peccato originale’ [...]. Con il
peccato originale la morte venne nel
mondo. [...] Ma non si ricordava
l’assassinio, si fantasticava piuttosto
la sua espiazione, e perciò questo
fantasma poteva essere salutato come
messaggio di redenzione (vangelo)”(ibidem,
p. 408). Ma nel fantasma della genetica
colpa originale, che ha preteso la morte
del dio-figlio e che suppone
l’espiazione eterna di ogni altro
figlio-creatura di dio, permangono tutte
le irrisolte conflittualità connesse al
“complesso del padre”. La psicanalisi ha
rivelato come il mistero della religione
sia questo complesso.
Fine
dell’illusione religiosa. Più scienza
meno fede
Freud, in L’avvenire di un’illusione
mette in bocca ad un’ipotetica
controparte un luogo comune (riproposto
da qualcuno ancora oggi) sulla religione
baluardo della ‘civiltà’: “Le dottrine
religiose non costituiscono materia su
cui si possa cavillare come su qualsiasi
altra. La nostra civiltà è costruita su
di esse, il mantenimento della società
umana ha come presupposto che, nella
maggioranza, gli uomini credano alla
verità di tali dottrine. Se viene loro
insegnato che non esiste alcun Dio
onnipotente e giustissimo, che non vi è
ordine divino dell’universo e vita
futura, gli uomini si sentiranno esenti
da ogni obbligo di conformarsi ai
precetti della civiltà ”(cit, p. 174).
Freud invita a riflettere sull’assunto
religione = civiltà. Se fosse vero, gli
individui dovrebbero essere sempre
pacificati all’interno degli ordinamenti
statuali. Inoltre, se la religione fosse
davvero portatrice di civiltà, nel mondo
non ci sarebbero state (né dovrebbero
esserci) contese, guerre, ingiustizie.
Tutto sarebbe perfettamente “morale”. Al
contrario, poiché: “nella religione
l’immoralità ha trovato in tutti i tempi
sostegno non meno della moralità [...]
c’è da chiedersi se non ne abbiamo
sopravvalutato la necessità per il
genere umano e se facciamo cosa saggia a
fondare su di essa le nostre esigenze
civili” (ibidem, p. 178). Freud, che
vive in contesto dove stanno prendendo
corpo grandi rivendicazioni e scontri
sociali, sottolinea inoltre, che l’uso
della religione come grande imbonitore
di massa non funzionerà a lungo, perchè
gli oppressi si accorgeranno
dell’inganno. Allora, ci sarà il rischio
che le legittime aspirazioni alla
libertà e alla giustizia sociale
esploderanno in modo incontrollato e,
proprio come avviene per le pulsioni
represse, le conseguenze potrebbero
essere devastanti per ogni convivenza
civile. Tutto questo dovrebbe far
pensare al fatto, che forse:
“converrebbe senz’alcun dubbio lasciare
Dio del tutto fuori dal giuoco e
ammettere onestamente l’origine
puramente umana di tutti gli ordinamenti
e di tutte le norme civili” (ibidem, p.
181). L’attenzione si sposterebbe allora
sugli individui storici. E questi non
potrebbero più celarsi dietro misteriosi
disegni divini che li sollevino
dall’ignavia di non fare quanto è nelle
loro (nostre) effettive possibilità.
Quando non c’è la consolazione del cielo,
diviene imperdonabile non provare a
costruire una vita più felice per ognuno:
“Distogliendo [...] dall’al di là le sue
speranze e concentrando sulla vita
terrena tutte le forze rese così
disponibili, l’uomo probabilmente
riuscirà a rendere la vita sopportabile
per tutti e la civiltà non più
oppressiva per alcuno” (ibidem, cit. p.
190). In questo la scienza avrà un ruolo
determinante. Di fronte ad essa, piaccia
o non piaccia, la religione è destinata
a ritirarsi, fino ad esaurirsi:
“Crediamo che sulla realtà dell’universo
il lavoro scientifico possa apprendere
qualcosa, tramite cui possiamo
accrescere il nostro potere e ordinare
la nostra vita [...] mediante numerosi e
importanti successi la scienza ci ha
dato la prova di non essere un’illusione.
Essa ha molti nemici dichiarati, e assai
più nemici nascosti, che non possono
perdonarle di avere indebolito la fede
religiosa e di minacciare di abbatterla.
[...] No, la nostra scienza non è
un’illusione. Sarebbe invece
un’illusione credere di poter ricevere
altronde ciò che essa non può darci” (ibidem,
pp. 195-196). Progresso della scienza,
riduzione dell’ignoranza e promozione
sociale, saranno le vie maestre su cui
si incamminerà la ragione per affrontare
la vita. E perchè questo avvenga: “vale
la pena di fare il tentativo di
un’educazione irreligiosa [...] L’uomo
non può rimanere sempre bambino, deve
alla fine avventurarsi nella ‘vita
ostile’. Questa può essere chiamata
l’educazione alla realtà” (ibidem, pp.
188-189). E’ la terapia di liberazione
dalla nevrosi della fede. E perché
ognuno possa fare a meno del “dolce
veleno” della religione, bisognerà che
si disintossichi dal “complesso del
padre”. Due differenti concezioni del
mondo si fronteggiano: l’una considera
l’essere umano eterno minore, bisognoso
di un padre eterno che lo indirizzi e lo
domini; l’altra ha fiducia nella ragione
e nelle capacità di ciascuno per gestire
autonomamente il peso della libertà. La
sfida è tutta qui. E la partita è ancora
aperta. Ma con Freud, possiamo essere
abbastanza ottimisti: “da supporre che
l’umanità supererà tale fase nevrotica (religione
–ndr.) così come, crescendo, molti
bambini guariscono della loro analoga
nevrosi ”( ibidem, p. 193). L’illusione
religiosa è destinata ad esaurirsi,
perché: “la voce dell’intelletto è fioca,
ma non ha pace finché non ottiene
ascolto. Alla fine dopo ripetuti
innumerevoli rifiuti, lo trova. Questo è
uno dei pochi punti sui quali si può
essere ottimisti per l’avvenire
dell’umanità” (ibidem, p. 193). Queste
le conclusioni del grande ebreo ateo.
Attualmente le cose sembrerebbero andare
in senso opposto. Almeno stando al
successo delle adunate papiste, o a
quelle dei predicatori di massa. Ma,
visto lo scarto esistente tra precetti
religiosi e reali comportamenti
individuali (dei fedeli compresi), è
forse legittimo sospettare che la
religione celebri in tanta ostentazione
massmediatica un qualche disagio. E
questo probabilmente forse serpeggia
anche nei palazzi vaticani, se papa
Ratzinger, ha dovuto ammettere di fronte
al male totale della Shoah, che
quantomeno Dio è stato in silenzio. Un
silenzio ancora più inquietante, se
interpretato come provvidenziale assenso.
Se così fosse, per Dio come garanzia
della morale individuale e collettiva (civiltà)
ci sarebbe ben poco spazio. E’ la fine
di ogni teodicea. Nata per rafforzare
Dio, con la sua stessa pretesa di
affermare la giustizia del progetto
divino nel mondo, alla fine ha messo in
crisi ogni possibilità di legittimare
l’esistenza stessa di Dio. A meno che (eresia),
non si consideri sul palcoscenico del
mondo dio protagonista anche del male.
Oppure si affermi che la religione è
un’illusione. Chiuso il sipario! Per
mancanza dell’attore protagonista.