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James Hillman,
Una presentazione

Vedi anche:
Zygmunt Bauman
La solitudine del cittadino globalizzato
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Hillman, lo sciamano
dell’anima
È morto a 85 anni lo psicoanalista e filosofo
americano. Allievo di Jung ha re-immaginato
l’analisi junghiana riportandola nel mondo. Paladino
di una psicologia ecologica non voleva curare i
singoli, ma «la civiltà»
di Romano Màdera
Nel 1989 lascia l’attività: basta parlare all’io,
vuole la città come interlocutore
È morto James Hillman, uno dei pochi psicoanalisti
che si era impegnato in un’impresa straordinaria
quanto stravagante, forse infantile o
donchisciottesca: curare la civiltà, non più i
singoli pazienti! Si può dire che la psicoanalisi ci
ha sempre provato, ma senza dirselo, perché in fondo
il cambiamento di pochi individui, diventati più
attenti alle proiezioni del male sugli altri, più
disposti a cercare faticosamente la verità su se
stessi, dovrebbero essere anche più capaci di
autocritica e di tolleranza. Ma insomma, cambiare il
mondo non è compito di un analista, la politica deve
rimanere fuori dallo studio.
E invece, all’apice del successo, Hillman, nel 1993,
ha osato scrivere Cento anni di psicoterapia e il
mondo va sempre peggio. Si è interrogato su quello
sguardo psicologico che chiude le finestre sul
mondo, separa il paziente dalla sua storia, dalla
sua cultura, dalle immagini che ne hanno modellato
la percezione, e poi rovescia tutto e fa nascere il
mondo dai seni della mamma e dalla camera da letto
dei genitori. Hillman si è chiesto se la
psicopatologia dei singoli non contenesse invece la
sofferenza (pathos) dell’anima (psiche) che cerca di
articolare un’espressione, un discorso (logos). Il
singolo non è messo al mondo dalla famiglia, in
realtà la sua nascita avviene nel mondo che dà forma
e voce al carattere e alla vocazione di ciascuno, ed
è nel mondo che ciascuno incontra il suo destino.
Quali sono le forme e le voci del mondo? Chi ascolto
quando ascolto un sintomo, per esempio quando
qualcuno è ossessionato da internet, dal telefonino,
dal traffico, dagli appuntamenti di lavoro? Hillman
è stato capace di divinare, nell’accelerazione del
tempo e nella contrazione dello spazio, così tipici
della nostra epoca, una epifania drogata di
Ermes-Mercurio il dio degli scambi, dei confini, dei
commerci. Certo è la storia che mi parla in un
soggetto, e nella storia la sua biografia, e
tuttavia c’è qualcosa che evoca, da dentro quella
stessa esperienza, un modo di essere e di costruire
la realtà che intesse i fili del tempo, che collega
le civiltà, che è vasto e profondo quanto solo
l’immagine può suggerire senza mai chiudersi in una
definizione esaustiva. L’immagine porta nei pressi
dell’anima del mondo, della matrice dei nostri
vissuti, delle nostre fantasie, delle
psicopatologie.
Si tratta allora di rimanere aderenti alle immagini,
di farle dialogare tra loro senza costringerle nella
camicia di forza riduttiva delle spiegazioni, di
dischiuderne la forma che le apparenta: queste forme
sono archetipali, in se stesse inattingibili,
proprio perché origini comuni capaci di generare
immagini sempre diverse, per tempi e per culture
diverse.
L’anima del mondo è intessuta, secondo HIllman, da
queste energie formatrici che si condensano, volta a
volta, in immagini guida di altri immagini: gli dei.
Il politeismo di Hillman non ha però niente di
teologico: nella mitologia greco-romana, lui, ebreo
americano educato in Europa, trova un repertorio
che, rivisto come sguardo psicologico, può curare un
mondo afflitto da una postura monoteistica, e quindi
intollerante, insofferente delle differenze,
incapace di scorgere divinità e bellezza nelle
infinite variazioni della natura e dell’arte, senza
irrigidirle in qualche direttiva moraleggiante.
Tutto si potrà rimproverare a Hillman, tranne il
fatto che abbia solo teorizzato la terapia della
civiltà, senza provare di persona a imboccare questa
diversa strada. Nel 1989, nel bel mezzo di una
carriera professionale ricca di riconoscimenti,
abbandona la pratica analitica privata e si dedica
allo sviluppo della sua idea di psicologia
archetipica, cerca di parlare il suo linguaggio
fuori dallo studio, di fare della città il suo
interlocutore. Hillman ha scritto di questa
decisione come di una profonda «crisi morale».
Andava tutto bene con i pazienti, ma sentiva che non
stava facendo la cosa giusta, che ritagliare il
proprio intervento sul soggetto umano significa
rimanere in una prospettiva di tipo cartesiano:
voler dedurre la realtà dall’io, per quanto corretto
con l’aggiunta dell’inconscio.
IL SUO «POLITEISMO»
Avrebbe potuto però fermarsi a questa critica e
continuare a praticare l’analisi junghiana, della
quale era uno dei più importanti esponenti nel
mondo. Neppure Jung, il suo maestro, gli è bastato:
sì, Jung era andato in una direzione che potremmo
chiamare terapia delle idee, e non più solo del
singolo, ma rimaneva nel solco della tradizione
cristiana e monoteista: la sua direzione guardava
all’asse che congiunge l’io al Sé, dove il Sé è il
nuovo centro unitario del rapporto fra coscienza e
inconscio. Troppa unità, troppo «io» ancora. La
varietà del mostrarsi dell’anima del mondo è
irriducibile alle nostre pretese di afferrarla in
una qualche rappresentazione unitaria, per quanto
complessa essa voglia essere.
E poi via dall’antropocentrismo della nostra
civiltà, dalla sua malattia che infetta le
architetture delle nostre città insieme alla
devastazione delle foreste e degli oceani: Hillman
si è fatto paladino di una nuova psicologia
ecologica.
Le rutilanti idee-provocazione di Hillman sono state
coraggiose e affascinanti, hanno proposto la via di
un pensiero psicologico capace di superare il
romanzo familiare.
Rimane oggi da vedere se il suo radicale
antiumanesimo, la sua celebrazione del differire
infinito, non sia però, anch’esso, troppo figlio del
nostro tempo, troppo post-moderno, troppo collusivo
con le varie morti di Dio, dell’uomo, del soggetto,
dell’io, della morale, dell’unità ... troppo
neonietzscheano, insomma.
Forse il corpo del mondo, e quello degli individui,
ha invece un disperato bisogno di unità, di
progetto, di gerarchie di senso, di ordinato
equilibrio.
Chi era. In Connecticut
James Hillman è morto l’altro ieri a Thompson, in
Connecticut all’età di 85 anni. Era malato da tempo,
ma ha respinto le cure più invasive pur di
conservare la sua lucidità e libertà di giudizio.
psicologo analista di formazione junghiano, James
Hillman nasce nel 1926 ad Atlantic City. Compiuti
gli studi di filosofia a Parigi e Dublino, ha
studiato psicologia all’Università di Zurigo.
Entrato a far parte dell’Istituto di psicologia
analitica C.G. Jung, lo dirige tra il 1959 e il
1969. Esponente tra i più originali della psicologia
junghiana, è autore di una critica radicale della
psicoanalisi, che per lui non deve restare confinata
all’interno del rapporto medico-paziente, ma
diventare uno strumento di esplorazione della natura
umana e di comprensione del disagio dell’uomo nella
società.
Hillman, il profeta dell’Anima
di Franca D’Agostini
La morte di James Hillman spinge a riflettere sulla
grande vague anti-teoretica, anti-logica,
anti-concettuale che ha attraversato la cultura
europea e nordamericana a partire dagli anni Ottanta
dello scorso secolo, e di cui Hillman è stato un
illustre e raffinato esponente. La formidabile
carenza di logica e di sensatezza di cui è afflitto
il linguaggio pubblico recente, specie italiano (ma
anche il dibattito di lingua inglese non scherza, a
giudicare da quanto scrive Julian Baggini nel suo
repertorio di assurdità Do They Think You’re Stupid?,
Granta), ci dice che l’operazione culturale di
svilimento del logos a vantaggio del pathos
perseguita da Hillman e da molti altri ha avuto gran
successo. Ma ci dice anche che forse
èilcasodichiuderequelcapitolo e che concetti come
anima, cuore, emozione interiorità e amore possono
tornare tranquilli a fare il loro dovere, senza
bisogno di essere lanciati come cubetti di porfido
contro il contrafforte del logos che – secondo il
paradigma emozionalista – ospiterebbe la potente e
venefica città della Scienza, della Tecnica, e (per
gli americani) della Filosofia.
PER COMPRENDERE l’operazione di Hillman credo sia
necessario collocarla in due contesti ben definiti:
il tramonto della psicoanalisi, e la latitanza
culturale della filosofia. La psicanalisi nelle
diverse forme inizia un suo chiaro e vistoso declino
in Europa già negli anni Settanta dello scorso
secolo, le psichiatrie alternative e antiedipiche
segnalano con chiarezza che il paradigma freudiano,
anche nella versione lacaniana, regge male le nuove
condizioni dell’immaginario e del linguaggio
condiviso, mentre la versione junghiana sempre più
chiaramente trascolora in terapeutica culturale
astratta. La situazione non è chiara per il grosso
pubblico che ancora pensa a Freud, Jung e Lacan come
un’avanguardia culturale, ma non sfugge alla
sensibilità di Hillman cheprocedesenz’altroarivoltare
la psicologia analitica come un guanto e a
riciclarla come filosofia. La psiche, insegna Jung è
abitata e sovrastata dal collettivo, e dai contenuti
mitici immaginativi archetipici che l’umanità intera
condivide. Perché allora curare i singoli?
La psicanalisi di Hillman esce dallo studio e dalla
clinica individuale e diventa terapeutica delle
idee, dell’umanità intera, e non delle singole
persone. Programma tipicamente filosofico: ecco
Hillman incamminato a svolgere il ruolo husserliano
di “funzionario dell’umanità”. Il programma
destinato a fare di Hillman il maestro e profeta
degli animisti mitomani e antilogici di tutto il
mondo si annuncia nel Mito dell’analisi del 1972.
L’Occidente, così si spiega nel libro, avrebbe
umiliato e assoggettato l’immaginazione e l’anima, e
in generale il femminile (anima junghianamente è per
l’appunto il femminile). Di qui il rilancio
dell’idea di Keats, secondo cui il mondo è la “valle
del fare anima”. Cosa si deve fare in questa vita?
Semplice: making soul, contro una cultura che ha
dimenticato gli dei e l’anima e il potere fantastico
dell’invenzione creati-va umana. La critica
naturalmente era rivolta al tendenziale positivismo
della psicanalisi, specie freudiana, ma il making
soul divenne una cifra importante della psicologia
archetipica hillmaniana, facendone il paradiso del
femminismo differenzialista. Americano di nascita,
ma europeo di formazione (studia alla Sorbona e a
Dublino) Hillman torna in America nel 1984, e qui ha
una visione chiara del gioco che contrappone i
cosiddetti techies e i fuzzies, i tecnocrati e i
vaghi, si direbbe. È una guerra politico-culturale
che infuria nei tardi anni ottanta, ed è tipica di
contesti e culture dove la filosofia (che appunto
dovrebbe chiarire le idee sull’irrilevanza della
dicotomia: essendo la tecnica stessa estremamente
vaga, e le vaghezze necessariamente determinate ,
dovendo dirsi in parole) è povera o assente.
IN QUESTA GUERRA l’anti-positivismo di Hillman ha
buon gioco. Il suo progetto a mano a mano (e con
lieve contraddizione rispetto all’assunto) diventa
un vero e proprio sistema filosofico, dotato di una
metafisica, un’antropologia, un’etica, e
ancheinprospettivaunapolitica.In breve quella
hillmaniana è una metafisica panteistica, e
panpsichistica. Il mondo “è pieno di dèi”, Hermes,
Afrodite, Ares sono le immagini archetipiche che ci
guidano nel vivere amare e soffrire. La psiche
inoltre non è solo dentro di noi, è tutto intorno a
noi. All’uomo psicologico (che vive “facendo anima”)
Hillman oppone l’uomo spirituale (mirante a una
perfezione trascendente) e l’uomo normale (che si
identifica con l’adattamento pratico e sociale). Il
codice dell’anima del 1997, rivede la terapia: si
tratta non di crescere ma di decrescere, tornare
alle nostre radici, vedere da vicino quale sia il
mito o il dio che ci guida, e così conoscere la
nostra “vocazione”. Naturalmente, non è filosofia
vera, e pertanto originale e intellettualmente
esigente, ma una popularphilosophie gentile, che
rielabora materiali largamente presenti nella
tradizione della filosofia pratica, ed è piena di
colore, di narrazioni, miti e figure. Un fenomeno
editoriale insomma (il suo Codice dell’anima fu un
best seller in tutto il mondo). Hillman è stato in
definitiva un grande divulgatore e grande narratore
dell’inconscio. Ma i contenuti per così dire
politici della sua dottrina – al di là delle sue
intenzioni – hanno fatto non poco danno in un’epoca
che certo aveva bisogno di filosofia, ma non di
quella filosofia, e che voleva una scossa da
torpedine marina, ma non quella scossa
emozionalistica e psichistica. Coloro che hanno
fatto del socratismo visionario di Hillman una
ideologia a volte sono andati troppo in là. In un
libro di un intellettuale hillmaniano, di cui non
farò il nome, si legge che le donne sarebbero
superiori in quanto avrebbero l’intelligenza dei
sentimenti, “e come dice l’etimo della parola
stessa, ‘sentimento’ vuol dire: avere il senso, il
sentire, nella mente” (?!). Il povero Hillman,
conoscitore di molte lingue ed esperto di etimi
ingegnosi e sottili, come avrebbe valutato una
simile idiozia?
*Docente di Filosofia della Scienza al Politecnico
di Torino
Hillman: “Sto morendo ma non potrei essere più
impegnato a vivere”
“Con la morte vicina, la vita si
esalta”
di Silvia Ronchey
L’ultima intervista Al capezzale dello psicoanalista
che ha domato il dolore per ragionare sulla propria
fine
Hillman «Guardando la mia fine ad occhi aperti, e
riflettendoci sopra, mi rendo conto di realizzare
qualcosa di molto prezioso»
«Sto morendo, ma non potrei essere più impegnato a
vivere». Così aveva scritto, nella sua ultima mail.
E così l’ho trovato, quando sono andata a salutarlo
per l’ultima volta nella sua casa di Thompson, nel
Connecticut, pochi giorni prima che morisse: il
fantasma di se stesso, ma incredibilmente vitale; il
corpo fisico ridotto al minimo, quasi mummificato,
tutto testa, pura volontà pensante. Restare pensante
era la sua scommessa, la sua sfida. Per questo aveva
ridotto al minimo la morfina, a prezzo di un’atroce
sofferenza sopportata con quella che gli antichi
stoici chiamavano apatheia : un apparente distacco
dalla paura e dal dolore che traduceva in realtà un
calarsi più profondo in quelle emozioni. L’unica
cosa che contava era analizzare istante dopo istante
se stesso e quindi la morte come atto oltre che
nella sua essenza. Se Steve Jobs, morendo, ha
lasciato detto «stay hungry, stay foolish», l’ultimo
insegnamento di James Hillman può riassumersi così:
«Resta pensante» fino all’ultima soglia dell’essere.
Il tempo qui sembra fermo, le lancette puntate
sull’essenza ultima.
«Oh, sì. Morire è l’essenza della vita».
Com’è morire?
«Uno svuotamento. Si comincia svuotandosi. Ma, si
potrebbe chiedere, che cos’è o dov’è il vuoto? Il
vuoto è nella perdita. E che cosa si perde? Io non
ho “perso” nel senso comune di “perdere”. Non c’è
perdita in quel senso. C’è la fine dell’ambizione.
La fine di ciò che si chiede a se stessi. E’ molto
importante. Non si chiede più niente a se stessi. Si
comincia a svuotarsi degli obblighi e dei vincoli,
delle necessità che si pensavano importanti. E
quando queste cose cominciano a sparire, resta
un’enorme quantità di tempo. E poi scivola via anche
il tempo. E si vive senza tempo. Che ore sono? Le
nove e mezza. Di mattina o di sera? Non lo so».
E’ una condizione perseguita dai mistici.
«Oh sì, dall’induismo per esempio, gli induisti ne
scrivono. Ma in questo caso è tutto unwillkürlich ,
involontario. E’ accidentale».
Comunque non credo non ti sia rimasta nessuna
ambizione.
«Davvero?» [Apre di scatto gli occhi finora
socchiusi, con un lampo azzurro di sfida].
Ti resta quella degli antichi romani: lasciare il
tuo pensiero ai posteri.
«E’ vero. E’ molto importante per me che il mio
pensiero rimanga. Ma la parola posteri mi rimanda a
postea , a un dopo, a un futuro, in cui non voglio
essere trasportato adesso».
Perché esisti solo al presente.
«Sì, e voglio tenere chiusa la porta con il
cartellino “Exitus”. La potrò aprire a un certo
punto, quando capirò come farlo nel modo giusto.
[Tenta di scuotere il capo, ma il dolore lo ferma].
Non saprei ora come aprire quella porta senza che ne
dilaghi una folla di creaturine che vogliono
qualcosa. Molti degli antichi filosofi ne sono stati
catturati, probabilmente tu sai chi lo è stato più
degli altri. Io non voglio. Il mio compito è
dialogare e tenere il dialogo aperto su quel che
accade momento per momento. Il mio è piuttosto un
reportage. Dal vivo. Dal vero».
Non potrebbe essere altrimenti: o non fai il
reportage - come la maggior parte di chi si trova
nella tua condizione - oppure ciò che riferisci è la
verità. E penso che tutti siano affamati di questa
verità.
«Tutti sono affamati di morte. La nostra cultura lo
è. Io, qui, come vedi, ne parlo continuamente. Ma
non la esprimo. Perché nella morte io sono
impegnato. Non voglio uscirne, per esprimerla, per
vederla o guardarla in trasparenza. Non cerco di
formularla. Ogni tanto si realizza qualcosa che mi
porta in un altro luogo dal quale posso osservarla.
Magari anche di riflesso. Ogni sorta di cose si
riflettono in questa introspezione, ma non
l’attività essenziale di ciò in cui sono impegnato
[ossia l’atto del morire]. Il tempo che mi dò è il
qui e ora».
Capisco «E’ molto importante ciò che semplicemente
il giorno ci dà, ogni singola cosa che si realizza
durante il giorno. La persona, l’osservazione che ha
fatto, l’odore dell’aria in quel momento.
"«Non si chiede più niente a se stessi si comincia a
svuotarsi dei vincoli che parevano importanti» «Le
persone vengono da me per parlare e quando troviamo
le parole giuste la sofferenza si allevia»"
E queste cose hanno bisogno di accettazione, di
ricognizione, di riconoscimento... Adesso non ho
ancora la parola giusta. Ma trovare le parole è
magnifico. Trovare la parola giusta è così
importante. Le parole sono come cuscini: quando sono
disposte nel modo giusto alleviano il dolore».
E il dialogo aiuta a trovarle?
«Sì, e mi rende così felice.
Sai, da qualche tempo le persone vengono da me come
se avvertissero in me il richiamo di quel vuoto di
cui parlavo. Se io non fossi così vuoto, non
verrebbero».
Come un risucchio che attira.
«Dev’essere così».
O una condizione di saggezza?
«No. Una calamita. Cercano qualcosa cui attaccarsi.
Vogliono qualcosa, ed è la mia capacità di
cristallizzare e formulare. Due parole che sono
usate per una delle ultime fasi dell’alchimia.
Cristallizzazione e formulazione. Le persone sono in
pessima forma di questi tempi, il mondo è in pessima
forma. E in qualche modo il mio avere trovato
qualche solidità li attrae».
Ma non parlavi di vuoto?
«Sì. Il mio stato di svuotamento esprime qualcosa
che non avevo finora realizzato e che può
riassumersi nella parola coagulatio . Due princìpi
governano tutti i processi alchemici: la coagulatio
e la dissolutio . Coagulatio in alchimia significa
rapprendersi in un punto, diventare più solidi, più
definiti, formati, dotati di morphe . Ora l’intero
processo che sto attraversando è la coagulazione
della mia vita nel tempo . Ma la coagulatio è sempre
seguita dalla dissolutio . Che è esattamente il
contrario: dissoluzione, le cose che si separano, si
sciolgono, perdono la loro capacità di definirsi. La
cosa interessante è che improvvisamente questo
spiega i miei sintomi. Non faccio che pensare,
morbosamente, che sto affondando sempre di più, che
mi sto dissolvendo. Ma le due cose, dissoluzione e
coagulazione, sono inscindibili. Non è fantastico?
Non ci avevo riflettuto finché non mi è venuta per
la prima volta in mente la coagulatio . E la
rubefactio , che permette alla bellezza di
mostrarsi. Così ora sono una persona diversa. Non
avevo mai percepito queste cose dentro di me. O non
le avevo mai riconosciute. Prima, non avevo mai
saputo chi ero».
Da dove viene questa consapevolezza?
«Oh, decisamente dal morire».
Ti dici «impegnato nel morire». Vuoi arrivare alla
morte in piena consapevolezza. Ma, come diceva
Epicuro cercando di spiegare perché non bisogna
averne paura, «se ci sei tu non c’è la morte, e se
c’è la morte non ci sei tu».
«Esatto».
Mi sto domandando se allora questo tuo morire non
sia un’intensificazione del vivere.
«Assolutamente sì, non c’è il minimo dubbio. Quando
la morte è così vicina la vita cresce, si esalta. Ne
sono certo. Ma non vorrei essere presuntuoso».
In che senso?
«Orgoglio, arroganza, hybris : attenzione a non
peccare contro gli dèi. Mai, in nessuna occasione».
Certo, ma non credo che la tua sia hybris . Credo
sia puro coraggio affrontare la morte a occhi
aperti. E’ raro, ed è per questo che il tuo
reportage è così prezioso.
«E’ prezioso, sì. Mi sto rendendo conto di qualcosa
che non avevo mai realizzato prima. Ha a che fare
con un certo argomento di cui Margot ed io dovremo
parlare prima, una certa decisione che io potrei
prendere. Sai, nel mondo di oggi mi è consentito,
come lo sarebbe stato nel mondo greco».
Capisco a cosa alludi.
«Ma il punto è che dovrei mettermi nelle loro mani,
e sarebbero loro a decidere. In qualche modo io
sarei il loro strumento, non loro il mio.
Intendiamoci, lo spero. Ma sarebbero loro a
informarmi quand’è il mio momento. Oppure potrei
prenderlo nelle mie mani, che sono lo strumento
classico: la mano [Hillman fa il gesto di
trafiggersi il petto], o la vasca da bagno, come
Petronio. Ma il fatto è che l’intera cerimonia -
perché la definirei così non è ancora lontanamente
immaginabile. O meglio, l’idea è immaginabile, dato
che ne sto parlando ora. Ma c’è un’altra idea,
sempre antica, che in qualche modo contrasta. Primum
nil nocere . Primo, non fare del male. [Si tratta
del giuramento di Ippocrate]. E allora, qual è la
decisione migliore? che ne pensi?».
Gli antichi stoici dicevano, a proposito del
suicidio: «C’è del fumo in casa? Se non è troppo
resto, se è troppo esco. Bisogna ricordarsi che la
porta è sempre aperta». Evidentemente, la tua casa
non è ancora piena di fumo. Quando lo sarà, lo
sentirai.
«Riuscirò a sentirlo?».
Forse ti sentirai confuso. Quello che so è che ora
stai respirando, non c’è fumo nel tuo cervello,
nella tua psiche, nella tua anima. Quando ci sarà,
forse prenderai in considerazione il suggerimento
degli stoici. Non sei forse un pagano? Non hai
allenato per tutta la vita il tuo istinto a
percepire le epifanie degli dèi?.
«Oh sì che sono un pagano. E’ questo il punto».
E’ pagana anche la tua percezione della bellezza,
del grande teatro verde della natura che hai scelto
per questa tua ars moriendi, questa tua arte pagana
del morire che è anche, o anzi è soprattutto un’arte
estrema del vivere.
"«Non mi piace definirla un’ars moriendi ma un
tenersi più stretti possibili a ciò che è» «Sono un
pagano e non vorrei essere presuntuoso o arrogante
Non bisogna mai peccare contro gli dèi»"
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