Lettere d'Occidente (3)


Racconto epistolare* di Gianluca Barbera

Il ruolo degli intellettuali

mico caro,
se mi chiedi quale sia il ruolo degli intellettuali nella nostra epoca, non posso che risponderti che è quello di mentire, ossia di proteggere - mentendo - gli interessi dei loro padroni. Se invece mi domandi quale dovrebbe essere, ti risponderò: quello di dire la verità, di smascherare la menzogna, l'ipocrisia, le mistificazioni. Ma non la verità secondo Martin Heidegger, ossia "la rivelazione di ciò che rende un popolo forte e sicuro nell'azione e nel pensiero." Non quella secondo Hegel, per il quale l'America indigena era fisicamente e psichicamente impotente e la sua cultura così limitata che sarebbero scomparse non appena lo Spirito le si fosse avvicinato, senza che per questo ci si dovesse preoccupare, dal momento che si trattava di individui miti e fatalisti, privi d'iniziativa, indolenti, con una forte propensione a essere sottomessi, più simili a semplici "cose" che a esseri umani, inferiori persino ai "negri", ma come loro capaci soltanto di ribellarsi a chi, rendendoli schiavi, aveva dato loro l'opportunità di sviluppare dei sentimenti umani e di diventare partecipi di più altri valori morali.
Non le verità parziali di chi, come Alexis de Toqueville, denunciava le prevaricazioni in casa altrui (i soprusi e le libertà negate a indiani e neri d'America) ma non quelle che avvenivano in casa propria (patite da musulmani algerini in Algeria per opera della politica coloniale francese). Né quelle propugnate da John Stuart Mill, le cui idee libertarie predicate sul "sacro" suolo patrio non valevano certo nell'India coloniale.
Disponendo della cultura, della libertà e dei mezzi necessari per la ricerca della verità, gli intellettuali sono doppiamente colpevoli poiché mentono per puro servilismo, per viltà, per egoismo, per ambizione, rendendosi responsabili dello stupro quotidiano della verità.
Quando si obbedisce alla voce del padrone, attaccando i suoi nemici, gli encomi non tardano ad arrivare e ci si guadagna l'appellativo di persona coraggiosa e schietta, di polemista di temperamento. A tali elogi fanno solitamente seguito laute remunerazioni per il lavoro intellettuale prestato.
Il vero intellettuale, invece, è colui che dice la verità, che mette a nudo i processi mentali che stanno alla base di ogni suo convincimento, è la scure che si abbatte sugli stereotipi e sui pregiudizi, è un contestatore dello status quo, una variabile impazzita, è inafferrabile, non si sa mai da che parte si schiererà, il suo pensiero non è mai riconducibile a uno slogan, non è mai dogmatico né ortodosso, denuncia il privilegio, il corporativismo, il consociativismo, le lobby, gli interessi di parte, di una nazione, è pronto a criticare i nemici come gli amici, non mira a plasmare l'opinione pubblica ma a suscitare un dibattito, a stimolare pensieri e opinioni personali, originali, il suo ruolo non consiste nel fornire autorevolezza in cambio di una remunerazione, è un esiliato, un emarginato, un dissenziente, un difensore delle minoranze, dei deboli, degli emarginati, dei perdenti, degli oppressi, si fa paladino di tutte le cause perse, di tutte le istanze dimenticate, censurate, di coloro cui viene tolta la parola, non è uno specialista, è un solitario, un dilettante (solo rifiutando di lavorare per l'industria culturale o all'interno del mondo accademico, parti integranti dell'establishment, si può conservare la propria autonomia di giudizio, il proprio spirito critico), il suo compito è dire la verità al potere, o meglio ancora a coloro che possono esercitare una pressione su di esso (dal momento che il potere conosce già la verità, pur negandola), incarna la coscienza critica della società, dell'umanità, denuncia la corruzione e non si lascia corrompere, non si preoccupa di risultare piacevole, tra i suoi doveri vi è la chiarezza, il suo credo è espresso compiutamente da un passo di James Joyce: "Ti voglio dire quello che farò e quello che non farò: non servirò ciò in cui non credo più, si chiami questo la casa, la patria o la chiesa: e tenterò di esprimere me stesso in un qualche modo di vita o di arte quanto più potrò liberamente e integralmente, adoperando per difendermi le sole armi che mi concedo di usare: il silenzio, l'esilio e l'astuzia", la libertà di pensiero è al centro del suo agire, si oppone all'idea diffusa che tutte le idee sono in vendita, rifiuta di entrare nei ranghi istituzionali, non lavora al consolidamento del potere, ma lo sfida continuamente, mettendolo in discussione, combatte la "normalizzazione" e tutto ciò che comporta le morte della vita autentica, smaschera le "verità ufficiali", la propaganda dei media e del potere di cui essi sono al servizio, frantuma le visioni del presente "accettabili", epurate, edulcorate, omologate, toglie i veli alle apparenze, ridicolizza i benpensanti, mantiene uno stato perenne di vigilanza, non accetta mezze verità o idee derivate, si mette nei panni degli altri, combatte l'intorpidimento della mente e chi cerca di "anestetizzare" l'opinione pubblica, chi fa apparire le menzogne veritiere, il crimine rispettabile, mantiene un atteggiamento scettico verso ogni cosa, non dice "noi" o "loro", ma sempre "io" e "voi", non sta mai dalla parte dei potenti (i potenti non hanno mai ragione), è sempre attento a sfuggire alle blandizie del successo, non è esibizionista, è uno spirito guerriero, è rigoroso con gli altri come con se stesso, vede le cose non solo per quello che sono ma anche per come sono diventate, per ciò che diventeranno, non è mai in soggezione di fronte ai potenti, semmai li mette in soggezione, fa uso dell'ironia, dell'arguzia, è sempre in marcia, non mette radici, non dipende dall'applauso, dal pubblico, dall'ufficialità, smaschera i falsi profeti, non tiene al contegno, alle convenzioni, ai modelli, non teme di creare scandalo, partecipa alla vita politica attivamente, non se ne sta appartato, non agisce sulla spinta di un guadagno, non teme di esprimersi su argomenti di cui non è rigorosamente competente (il culto dell'esperto "accreditato", del parere autorevole, dell'accademico, dello specialista, del consulente tecnico lautamente remunerato, ai quali soltanto spetterebbe il diritto di parola, è un fenomeno contemporaneo e deleterio, grondante ipocrisia), si sottrae alle leggi del mercato, non va in cerca di riconoscimenti, rifiuta ogni sistema che premia il conformismo e l'asservimento, è convinto che il semplice fatto di appartenere al genere umano lo autorizzi a porre delle istanze morali, a fungere da spirito critico, da coscienza critica del potere, si batte per cause concrete, correndo dei rischi, esponendosi in prima persona, non può prescindere dall'azione, non cerca "dei" dai servire (quando ci si mette al servizio di un dio, tutti i demoni stanno dall'altra parte), non diventerà mai un profeta, una "bocca della verità", un martire del pensiero, non parla da un pulpito ma si pone sullo stesso piano dei suoi interlocutori, non tollera compromessi, prevaricazioni, discriminazioni favorevoli ai potenti, crede nella dichiarazione universale dei diritti dell'uomo.
Detto questo tutto d'un fiato, ti saluto.

E. Oman Bek










arissimo,
se tutto ciò è l'intellettuale, mi guarderò bene dall'esserlo. Io rifiuto di incarnare quel concentrato di ipocrisie, di idealismi puerili, di astrazioni terrene e sterili. Quanto alla Verità: ma che significa? Di che si tratta mai? Chi l'ha conosciuta? Chi mai l'ha vista, anche soltanto di striscio?
Parli di genere umano, di potere, di intellettuali, di libertà, insomma di universali. Non fai che parlare di cause che appartengono ad "altri", mentre le uniche che contano sono quelle che appartengono a te. Che non sono né giuste né sbagliate, né buone né cattive, ma soltanto autenticamente tue. Pertanto, né buono né cattivo, io sono e sarò la mia causa, ora e per sempre.
Addio.

Simon Fisch


 

Diario d'Occidente

* Gli intellettuali protagonisti del racconto sono ispirati alle figure di Edward W. Said (1935) e Max Stirner (1806-1856).

 

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