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mico
caro,
se mi chiedi quale sia il ruolo degli intellettuali nella nostra epoca,
non posso che risponderti che è quello di mentire, ossia di proteggere -
mentendo - gli interessi dei loro padroni. Se invece mi domandi quale
dovrebbe essere, ti risponderò: quello di dire la verità, di smascherare
la menzogna, l'ipocrisia, le mistificazioni. Ma non la verità secondo
Martin Heidegger, ossia "la rivelazione di ciò che rende un popolo
forte e sicuro nell'azione e nel pensiero." Non quella secondo Hegel,
per il quale l'America indigena era fisicamente e psichicamente impotente
e la sua cultura così limitata che sarebbero scomparse non appena lo
Spirito le si fosse avvicinato, senza che per questo ci si dovesse
preoccupare, dal momento che si trattava di individui miti e fatalisti,
privi d'iniziativa, indolenti, con una forte propensione a essere
sottomessi, più simili a semplici "cose" che a esseri umani,
inferiori persino ai "negri", ma come loro capaci soltanto di
ribellarsi a chi, rendendoli schiavi, aveva dato loro l'opportunità di
sviluppare dei sentimenti umani e di diventare partecipi di più altri
valori morali.
Non le verità parziali di chi, come Alexis de Toqueville, denunciava le
prevaricazioni in casa altrui (i soprusi e le libertà negate a indiani e
neri d'America) ma non quelle che avvenivano in casa propria (patite da
musulmani algerini in Algeria per opera della politica coloniale
francese). Né quelle propugnate da John Stuart Mill, le cui idee
libertarie predicate sul "sacro" suolo patrio non valevano certo
nell'India coloniale.
Disponendo della cultura, della libertà e dei mezzi necessari per la
ricerca della verità, gli intellettuali sono doppiamente colpevoli
poiché mentono per puro servilismo, per viltà, per egoismo, per
ambizione, rendendosi responsabili dello stupro quotidiano della verità.
Quando si obbedisce alla voce del padrone, attaccando i suoi nemici, gli
encomi non tardano ad arrivare e ci si guadagna l'appellativo di persona
coraggiosa e schietta, di polemista di temperamento. A tali elogi fanno
solitamente seguito laute remunerazioni per il lavoro intellettuale
prestato.
Il vero intellettuale, invece, è colui che dice la verità, che mette a
nudo i processi mentali che stanno alla base di ogni suo convincimento, è
la scure che si abbatte sugli stereotipi e sui pregiudizi, è un
contestatore dello status quo, una variabile impazzita, è inafferrabile,
non si sa mai da che parte si schiererà, il suo pensiero non è mai
riconducibile a uno slogan, non è mai dogmatico né ortodosso, denuncia
il privilegio, il corporativismo, il consociativismo, le lobby, gli
interessi di parte, di una nazione, è pronto a criticare i nemici come
gli amici, non mira a plasmare l'opinione pubblica ma a suscitare un
dibattito, a stimolare pensieri e opinioni personali, originali, il suo
ruolo non consiste nel fornire autorevolezza in cambio di una
remunerazione, è un esiliato, un emarginato, un dissenziente, un
difensore delle minoranze, dei deboli, degli emarginati, dei perdenti,
degli oppressi, si fa paladino di tutte le cause perse, di tutte le
istanze dimenticate, censurate, di coloro cui viene tolta la parola, non
è uno specialista, è un solitario, un dilettante (solo rifiutando di
lavorare per l'industria culturale o all'interno del mondo accademico,
parti integranti dell'establishment, si può conservare la propria
autonomia di giudizio, il proprio spirito critico), il suo compito è dire
la verità al potere, o meglio ancora a coloro che possono esercitare una
pressione su di esso (dal momento che il potere conosce già la verità,
pur negandola), incarna la coscienza critica della società,
dell'umanità, denuncia la corruzione e non si lascia corrompere, non si
preoccupa di risultare piacevole, tra i suoi doveri vi è la chiarezza, il
suo credo è espresso compiutamente da un passo di James Joyce: "Ti
voglio dire quello che farò e quello che non farò: non servirò ciò in
cui non credo più, si chiami questo la casa, la patria o la chiesa: e
tenterò di esprimere me stesso in un qualche modo di vita o di arte
quanto più potrò liberamente e integralmente, adoperando per difendermi
le sole armi che mi concedo di usare: il silenzio, l'esilio e
l'astuzia", la libertà di pensiero è al centro del suo agire, si
oppone all'idea diffusa che tutte le idee sono in vendita, rifiuta di
entrare nei ranghi istituzionali, non lavora al consolidamento del potere,
ma lo sfida continuamente, mettendolo in discussione, combatte la
"normalizzazione" e tutto ciò che comporta le morte della vita
autentica, smaschera le "verità ufficiali", la propaganda dei
media e del potere di cui essi sono al servizio, frantuma le visioni del
presente "accettabili", epurate, edulcorate, omologate, toglie i
veli alle apparenze, ridicolizza i benpensanti, mantiene uno stato perenne
di vigilanza, non accetta mezze verità o idee derivate, si mette nei
panni degli altri, combatte l'intorpidimento della mente e chi cerca di
"anestetizzare" l'opinione pubblica, chi fa apparire le menzogne
veritiere, il crimine rispettabile, mantiene un atteggiamento scettico
verso ogni cosa, non dice "noi" o "loro", ma sempre
"io" e "voi", non sta mai dalla parte dei potenti (i
potenti non hanno mai ragione), è sempre attento a sfuggire alle
blandizie del successo, non è esibizionista, è uno spirito guerriero, è
rigoroso con gli altri come con se stesso, vede le cose non solo per
quello che sono ma anche per come sono diventate, per ciò che
diventeranno, non è mai in soggezione di fronte ai potenti, semmai li
mette in soggezione, fa uso dell'ironia, dell'arguzia, è sempre in
marcia, non mette radici, non dipende dall'applauso, dal pubblico,
dall'ufficialità, smaschera i falsi profeti, non tiene al contegno, alle
convenzioni, ai modelli, non teme di creare scandalo, partecipa alla vita
politica attivamente, non se ne sta appartato, non agisce sulla spinta di
un guadagno, non teme di esprimersi su argomenti di cui non è
rigorosamente competente (il culto dell'esperto "accreditato",
del parere autorevole, dell'accademico, dello specialista, del consulente
tecnico lautamente remunerato, ai quali soltanto spetterebbe il diritto di
parola, è un fenomeno contemporaneo e deleterio, grondante ipocrisia), si
sottrae alle leggi del mercato, non va in cerca di riconoscimenti, rifiuta
ogni sistema che premia il conformismo e l'asservimento, è convinto che
il semplice fatto di appartenere al genere umano lo autorizzi a porre
delle istanze morali, a fungere da spirito critico, da coscienza critica
del potere, si batte per cause concrete, correndo dei rischi, esponendosi
in prima persona, non può prescindere dall'azione, non cerca
"dei" dai servire (quando ci si mette al servizio di un dio,
tutti i demoni stanno dall'altra parte), non diventerà mai un profeta,
una "bocca della verità", un martire del pensiero, non parla da
un pulpito ma si pone sullo stesso piano dei suoi interlocutori, non
tollera compromessi, prevaricazioni, discriminazioni favorevoli ai
potenti, crede nella dichiarazione universale dei diritti dell'uomo.
Detto questo tutto d'un fiato, ti saluto.
E. Oman Bek
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