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Le due facce dell'impegno
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| da Il Sole24Ore del 20/01/2002 |
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A un intellettuale si chiede sempre: lei è impegnato? Bisogna essere impegnati? Sono domande prive di interesse. Impegnarsi è la cosa più facile del mondo. Tutti lo fanno per una causa o l'altra. Ognuno è felice di mettere abilità ed entusiasmo al servizio dei propri ideali. Sotto questo aspetto, l'intellettuale non ha nulla di specifico. Altra faccenda è la responsabilità. Diversamente dai comuni mortali, nel dire e nello scrivere, l'intellettuale - scrittore, scienziato, filosofo - propone un'interpretazione del mondo. E quando si trasforma in uomo d'azione, ha un obbligo morale di coerenza con le proprie teorie. Questa è la sua responsabilità. Ma la responsabilità può essere intesa in vari sensi, come illustra il paragone tra i destini di due grandi intellettuali francesi, Raymond Aron e Albert Camus. Dai contemporanei, non li distingue "l'impegno", l'adesione a certi valori condivisi e la lotta per difenderli, ma l'attenzione alla verità. Non sono più appassionati degli altri, sono più veri. E Camus si distingue da Aron per come concepisce il rapporto con la verità. Per lui, si tratta di una verità rispetto a sé, quindi di una coerenza interna. Per Aron, la verità risulta da una migliore conoscenza del mondo, va cercata nell'oggettività, non nella soggettività. A più riprese Camus rinuncia a posizioni che prima aveva difeso, e ogni volta il cambiamento è dettato dall'esigenza di rimanere onesto con se stesso al costo di rompere con gruppi consistenti di lettori. Nel 1944, alla Liberazione, è favorevole all'epurazione ma si accorge presto che sebbene le cause astratte, collaborazionismo e resistenza, siano opposte e meritino giudizi contrastanti, gli uomini hanno qualità e debolezze simili. Nel praticare l'epurazione, ci si rende complici di atteggiamenti che per altri versi si dice di voler combattere. Allo stesso modo, finita la guerra, va di moda essere di sinistra e lodare le virtù del sistema sovietico. Per Camus invece, chi condanna la violenza in generale e la soppressione delle libertà, non può smettere di farlo quando quella violenza si rifà a un lontano ideale socialista. Camus si trasforma allora in aspro critico del totalitarismo comunista anche se la pubblicazione nel 1951 dell'Uomo in rivolta porta alla rottura con gli amici esistenzialisti o marxisti. Infine durante la guerra d'Algeria, sente di non riuscire a conciliare il principio di giustizia universale con il proprio attaccamento affettivo alla terra natia; piuttosto che mentire a una parte di sé, conclude di dover tacere, a costo di deludere numerosi lettori coinvolti nella lotta anticolonialista. La sua cerchia si indigna per queste "dimissioni da intellettuale" che rifiuta il proprio ruolo, che è quello di impartire lezioni. Ma per Camus, essere responsabile significa tacere quando non si pensa che la propria posizione debba diventare quella degli altri. L'intera esistenza di Camus è mossa dal bisogno di essere vero verso se stesso anche se, ai propri occhi, è ancora lontano dal riuscirci. |
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