Pagina 5 e 6 - n.1/2002
Critica Sociale

Liberalsocialisti, Liberaldemocratici (2)

Una divisione da ricomporre

ZEFFIRO CIUFFOLETTI


Mi riallaccio alle ultime parole perché il commentare il passato nasce da esigenze che sono evidentemente urgenti nel presente. Tutti noi siamo consapevoli del gran parlare che si fa nei due ultimi decenni del socialismo liberale, questa sorta di ircocervo che pretendeva di unire il liberalismo e il socialismo e che così fu definito da Croce.

Recentemente sul Corriere della Sera, in una pagina culturale dedicata alla madre dell'autore di "Socialismo Liberale", Carlo Rosselli, si dava la colpa del ritardato successo politico e culturale di Socialismo Liberale alla casa editrice Einaudi e al figlio John, perché marxista inglese. Io sono un po' parte di questa vicenda e vi posso onestamente dire che se responsabilità vi sono state, in primo luogo sono state dei seguaci o di coloro che si richiamavano alla esperienza di Socialismo Liberale, cioè degli uomini del Partito d'Azione. I primi responsabili sono loro, non si vede perché questo libriccino di politica, di cultura politica, forse il più moderno dei libri di cultura politica nell'Italia del '900, non fu dapprima rivalutato e utilizzato dai seguaci o da coloro che si richiamavano a "Giustizia e Libertà" e quindi all'esperienza di Rosselli, cioè dagli "azionisti". 

Poi è ovvio ha influito l'egemonia culturale della sinistra italiana nell'editoria, in Einaudi in particolare, di un certo tipo di sinistra, che non saprei se definire comunista, perché era uno strano binomio fra ex-azionisti e socialisti, non dimentichiamo che c'era anche questo, e naturalmente dei comunisti.

Il figlio John - ve lo dico perché lo conosco - era sì un uomo di sinistra e rigido come sono rigidi e coerenti gli inglesi, ma per molto tempo ha cercato di darsi da fare per pubblicare "Socialismo Liberale". Alla fine, dopo un bel numero di anni, alla metà degli anni '70, proprio Einaudi pubblicherà quel libriccino che ha segnato poi la ripresa. Ma i primi responsabili del ritardo sono proprio gli azionisti! Ve lo dico perché a Firenze nella metà degli anni '70 si organizzò un convegno su Giustizia e Libertà e a farlo fu una parte degli azionisti, per esempio azionisti fiorentini come Carlo Francovich, che era mio professore e maestro; ma fu fatto in un momento particolare in cui si intendeva contendere il campo alla degenerazione del marxismo in chiave terroristica o alla crisi stessa del marxismo, quindi in un momento molto particolare.

Da allora in poi i richiami al socialismo liberale sono stati molti, l'unico che abbia avuto un qualche esito positivo fu quello dell'inizio degli anni '80, il famoso Lib-Lab che ebbe come esito la teoria riformista moderna del coniugare meriti e bisogni; elaborata al congresso di Rimini ed esposta da Claudio Martelli. Tutti gli altri ripescaggi, tentati dagli ex PCI dopo la metà degli anni '80, nell''86 dallo stesso D'Alema, allora direttore dell'Unità, poi da Veltroni e per ultimo da Fassino, si sono rivelati sterili, perché concepiti come innesti esornativi su tronchi induriti e tarlati. Fassino tenta il terzo innesto, ma mi sembra che il peso identitario della vecchia base del PCI, il ruolo conservatore degli intellettuali di cui dispone, il troppo lisciar di pelo di Giuliano Amato e infine il ricatto giustizialista da Caponnetto a Cofferati, rappresentano un eccesso di piombo nelle ali di Fassino per poter volare.

Allora il socialismo liberale che cos'è? Occorre un'interpretazione corretta, la storia non si fa manipolandola ma cercando una corretta interpretazione. E questo lo deve fare anche la politica. I più grandi manipolatori della storia sono stati tanti ma i comunisti in Italia sono stati i più grandi manipolatori della storia nazionale. Quindi bisogna fare le cose correttamente, anche quando si fanno in sede politica bisogna fare uno sforzo di correttezza. 

Il socialismo liberale non è che una delle componenti di Giustizia e Libertà. L'altra componente è quella gobettiana consiliare torinese, che avrà un esito molto diverso: Giustizia e Libertà senza Rosselli, senza la sua esperienza, senza la sua capacità organizzativa, senza il suo realismo, senza la sua passione liberale e quasi anarchica di esercitare un'egemonia sul movimento antifascista era nulla. Giustizia e Libertà senza Rosselli sarebbe stata una cosa diversa. Così il Partito d'Azione fu non solo in larga parte elitario, quando non ce n'era più bisogno perché si stavano facendo dei partiti di massa, ma anche settario e giacobino, un partito di ipercritici, spesso anti italiani, che in parte lasciò dei lieviti democratici positivi alla cultura politica dell'Italia repubblicana, ai quali anche noi ci siamo abbeverati, ma in parte subì l'egemonia culturale del PCI, cedendo alla strana mescolanza di gramscismo e idealismo e di eticismo della cultura comunista italiana e cedendo proprio nell'egemonia sull'antifascismo, che non solo servì a delegittimare gli avversari dei comunisti e non della democrazia né della libertà, come erano dei comunisti (l'antifascismo servì a questo, utilizzato in chiave egemonica dal Partito Comunista), ma servì anche a manipolare profondamente la storia italiana e ad impedire la ricomposizione nazionale dopo la guerra civile, continuando ad utilizzare la cultura, la storia e l'ideologia come un prolungamento della guerra civile.

Bisogna collocare il socialismo liberale nel suo contesto, cioè l'estremo sviluppo in Italia e in Europa della revisione del marxismo iniziata da Bernstein e il superamento della crisi del marxismo da lui indicato. Questo è il filone, di cui parlava poco fa il collega e amico Giovanni Sabbatucci. Sarebbe troppo lungo spiegare perché Bernstein considerava fallito il marxismo. Lo considerava fallito perché invece di formarsi una grande palla proletaria dal punto di vista sociale e una piccola testa borghese si stava formando un corpo completamente diverso, eterogeneo, di classi sociali nuove, emergenti, diverse e il processo di proletarizzazione crescente e di impoverimento in realtà non si stava verificando ma si stava verificando dell'altro. Quindi non era possibile quella rivoluzione ineluttabile che staccava la vecchia testa dal corpo per far nascere una nuova testa sul corpo.

Che significava Bernstein? Significava collegare indissolubilmente il movimento operaio alla democrazia, risolvere il problema delle alleanze nella pratica della politica democratica e del riformismo, l'uscita di scena del paradigma rivoluzionario. Il paradigma rivoluzionario ogni volta si ripresenta uguale a se stesso, o nella versione giacobina o nella versione tardo hegeliana: significa che nell'ambito del movimento operaio operano delle forze di provocazione, di violenza, alle quali le classi dominanti reagiscono da cui poi la reazione di massa e la rivoluzione. Questo è lo stesso schema delle Brigate Rosse, lo stesso schema di tutti i movimenti sintetizzato in chiave leninista, ma in occidente è questo.

Significava quindi eliminare questo paradigma e invece inserire il movimento operaio dentro il corpo della nazione, non come corpo estraneo alla nazione, risolvendo il problema della guerra in termini realistici, difesa della casa comune, delle istituzioni democratiche dall'aggressione e dalla sopraffazione esterna ed interna. 

Quanti drammi il socialismo dovrà affrontare con la prima guerra mondiale e quante ambiguità? Invece qui la formula era semplice e chiara, ma questi drammi e queste ambiguità il socialismo e la sinistra se li portano dietro fino ai nostri giorni per non averli mai chiariti con sufficiente lucidità.

 

Infine per Bernstein non bisognava uccidere la gallina dalle uova d'oro, cioè non bisognava uccidere il capitalismo, perché senza di esso non ci sarebbe stato né progresso né ricchezza da distribuire, ma bisognava regolarlo a vantaggio della redistribuzione e della realizzazione di sempre maggiori gradi di civiltà democratica. Per andare più avanti in queste posizioni di Bernstein (che non furono accettate dalla socialdemocrazia, né in Germania né in Italia né in Francia: l'autore de "Le vie nuove del socialismo" nel 1907 verrà espulso dal partito socialista, per volere di Mussolini e per debolezza dell'ormai invecchiato Turati) occorreva riscoprire il liberalismo e il federalismo. Per andare più avanti oltre queste posizioni, che non furono assimilate in pieno e che lasciarono tutte quelle ambiguità da cui sorsero molte altre cose, bisognava riscoprire il valore positivo dell'individuo e il valore dell'autogoverno. 

Questo avvenne in concomitanza con la prima guerra mondiale, che fu una tragedia delle classi dirigenti ma fu anche una tragedia della sinistra, dei partiti popolari e delle forze politiche. Per questo serviva aggiungere all'esperienza della cultura politica europea, anche quella inglese di Stuart Mill, di House, autori che rientrarono nel circuito della cultura politica italiana ed europea proprio in connessione alla prima guerra mondiale. E quando dico "europea" intendo Europa continentale, la cui storia è tutta diversa dall'Europa insulare e dalla Gran Bretagna. Alla coniugazione di liberalismo e democrazia, bisognava aggiungere l'equità sociale e il federalismo, perché ciò significava la pace dopo il dramma della guerra e perché il liberalismo significava anche la contestazione dello statalismo marciante che si coniugava col nazionalismo e che avrebbe prodotto poi quella miscela esplosiva di statalismo-nazionalismo-conflitti interimperialistici.

La guerra e la crisi del dopoguerra fecero lievitare il pensiero politico del giovane Rosselli. Parte da lì, si nutre di Salvemini, di Einaudi, di Gobetti, di Alessandro Levi, un socialista riformista che andrebbe molto, molto rivalutato, autore di libri su Mazzini, su Cattaneo, autore di una biografia nel '24 di Turati; e poi Guglielmo Ferrero, Pareto, Stuart Mill e Hobouse. Questi sono riferimenti culturali fondamentali del giovane Rosselli nella sua critica al socialismo, che non investe solo il massimalismo come a volte si crede, ma investe il socialismo della Seconda Internazionale. La critica di Rosselli è contro il socialismo della Seconda Internazionale, ma anche contro le modalità del socialismo, di come si era mosso, troppo legato al marxismo, troppo rigido nelle sue strutture partitiche organizzative, troppo statalista, troppo meccanicista e finalista, legato a una visione fideistica della inevitabilità del socialismo e delle magnifiche sorti e progressive.

Da qui nascono le basi della riflessione di Rosselli e il recupero del liberalismo come metodo. Da economista, pur criticando il liberismo dogmatico (e io credo che questa sia una costante) Rosselli criticherà Einaudi e tutta la scuola più dogmatica del liberismo, ma è attento a valutare il peso dell'organizzazione capitalistica nell'economia moderna, molto meglio e molto più di Gramsci, perché capisce che l'economia moderna si sintetizza con lo sviluppo tecnologico e che le dimensioni del capitalismo moderno non potrebbero essere tali senza questo rapporto con la tecnica e con lo sviluppo tecnologico. Comprende l'utilità degli stimoli della concorrenza e della conflittualità nelle relazioni industriali tra imprenditori e sindacati: certo se gli imprenditori sono forti occorrono anche strutture sindacali forti, se gli imprenditori si uniscono anche gli operai si devono unire. Ma questo è realismo! Quando un amico che pure apprezzo, un collega come Bedeschi critica queste cose sbaglia, perché ogni cosa va inquadrata nel suo tempo e nella situazione oggettiva in cui nasce il pensiero politico. Altrimenti arriviamo a quella visione metafisica del pensiero politico che porta Bobbio a diversificare dal punto di vista morale il giudizio sul comunismo e sul fascismo, per poi ricredersi qualche anno dopo. Non è che si deve pensare in astratto al pensiero politico. Il pensiero politico nasce per misurarsi in terra, non in cielo, e quindi va giudicato nel contesto in cui opera.

Infine non bisogna dimenticare che Rosselli sarà uno dei critici più acuti in Europa dell'economia pianificata sovietica, degli effetti totalitari della dittatura del Partito Comunista. Siccome queste cose le ho già scritte e hanno fatto finta di non capirle vi invito ad andarle a cercare perché ancora sono in circolazione. Hanno fatto finta di non capirle perché hanno riproposto Rosselli come "unità proletaria" che è una vera aberrazione! 

Da qui il superamento del marxismo, che impedisce il confronto con la cultura moderna e ossifica il socialismo. Da qui la critica al giacobinismo, che in Rosselli è fortissima: considera il giacobinismo una forma di capitalismo alle origini dello statalismo moderno. Da qui la critica allo statalismo che è l'aspetto più nuovo e originale della riflessione di Rosselli negli anni '30.

Da qui, infine, la riflessione sulla crisi italiana, sulla sconfitta del socialismo, sulla storia del Risorgimento come base dell'identità nazionale, che non andava lasciata al fascismo, come voleva fare Togliatti dicendo che il Risorgimento era una questione di fanfare, di bandiere, di inni che sollecitano il cuore della piccola borghesia tout court, con quello sprezzante e liquidatorio giudizio che fa parte della dimensione ideologica del social-fascismo entro la quale Togliatti allora si muoveva.

Il socialismo liberale e la sua eccezionale originalità si collocano dentro questo contesto, nel superamento del socialismo italiano con il definitivo riconoscimento del binomio socialismo-democrazia, socialismo-riformismo, socialismo-libertà; nel rifiuto del giacobinismo e del comunismo e infine nella piena accettazione dell'autogoverno come libertà, conflittualità, responsabilità. 

Autonomia e libertà per Rosselli sono il rifiuto del dogmatismo politico, come pure di quello religioso. Un pensiero laico, quello di Rosselli. La sua religiosità è tutta intrinseca alla politica e alla moralità politica, non un moralismo staccato da tutto il resto. Autocoscienza dei singoli individui e dei gruppi sociali nel loro ruolo di protagonisti e artefici del proprio destino, accettazione virile della necessità del confronto e della lotta, l'uno e l'altro intesi nel loro significato positivo di motore del progresso civile e politico, oltre che economico, dei popoli, delle nazioni, degli aggregati sociali.

Questa è la lezione estrema del liberalismo, questo è quello che noi dovremmo oggi ereditare, non altre formule e soluzioni che sono legate al loro tempo, ma questi principi! Principi che hanno anche un valore morale ed etico! Cosa vuol dire essere pochi? Le élites sono sempre poche, basta non accettare i compromessi che a ogni pié sospinto vengono proposti e basta essere sufficientemente realistici da far crescere le élites e farle diventare un pochino di più senza dividerle. Questo è un richiamo che per noi e per voi è necessario.

Si trattava di contrapporre al fascismo un diverso modello di società e di Stato, siccome l'ultima parte del pensiero politico di Rosselli è proprio di critica allo statalismo, nella sua duplice versione: quella totalitaria di destra e quella totalitaria di sinistra. Ecco perché il pensiero di Rosselli non si può recuperare che in chiave di liberalismo! Ecco perché il pensiero di Rosselli oggi non può che vivificare un nuovo modo di essere del socialismo! Non si può prendere soltanto il liberalismo come modello e poi lasciarlo lì come se non servisse a niente, serve a fare quello che la tradizione liberale - quella più robusta e forte angloamericana - ha sempre insegnato: cioè la critica del potere, dello statalismo, la critica dei poteri economici, politici, statuali.

Qui il campo è aperto e per chi è animato da questi sentimenti c'è un grande spazio, ma la dose di liberalismo deve essere forte e intensa, così come deve esserlo quello della giustizia!

Significa avere un'autonomia di visione delle cose, del mondo. Significa, davanti ai grandi conflitti, non guardare indietro ma non avere il coraggio di guardare in avanti. Grazie.

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