Pagina 6 e 7 - n.1/2002
Critica Sociale

Liberalsocialisti, Liberaldemocratici (3)

Una divisione da ricomporre

PIERO CRAVERI


Gli anni '80 sono passati rapidamente, tuttavia sono assai densi insieme di speranze e infine di grandi delusioni e comunque hanno lasciato traccia indelebile sui problemi della politica italiana. Quindi vorrei procedere per interrogativi.

Il primo che mi sono posto, forzando un po' quella che per uno storico è una elementare deontologia di non procedere con la storia dei "se", è stato quello di chiedermi di che cosa sarebbe successo, non solo per il Partito Socialista, ma per il nostro paese se non ci fosse stato il Midas. 

Fabrizio Cicchitto in una bella storia del Partito Socialista di questo periodo, con qualche virgola e punto e virgola partigiano, come è naturale che sia, dice che il Midas è stato una rivoluzione per il Partito Socialista. Direi che è stata il completamento rivoluzionario di un corso che era incominciato nel 1956, nel senso che allora vennero rotte le più stringenti gomene che tenevano il Partito Socialista, in bilico tra la sinistra comunista e quella liberal-democratica. Ambiguità tuttavia che il Partito Socialista aveva poi continuato a conservare, dopo la stagione di centrosinistra. Era stato possibile, alla segreteria De Martino, concepire negli anni '70 la formula degli "equilibri più avanzati" che portava all'annullamento dello stesso Partito Socialista nell'area comunista. Da questo punto di vista l'operazione MIDAS fu rapida, decisa e portò definitivamente e irreversibilmente il Partito Socialista nell'area dei partiti socialisti e democratici europei. 

Ma per il nostro Paese che cosa fu il Midas? Io credo che sia stata la garanzia di una continuità fondamentale, quella dei presupposti e dei principi liberaldemocratici del nostro ordinamento costituzionale e del nostro sistema politico. Guardate gli anni '74, '75. Furono molto bui per questo Paese, c'era una crisi economica molto profonda, c'era la deriva terroristica che montava, c'era l'avanzata comunista, che è il contesto da cui bisogna partire, e da cui il Midas ha districato non solo il Partito Socialista ma l'intero paese. Negli anni '74-'75 brillò una sola luce dal punto di vista liberaldemocratico: quella radicale con il referendum sul divorzio. Fu l'unico partito che chiaramente tenne in piedi la prospettiva liberaldemocratica.

Il caso radicale è eccezionale nella storia italiana, perché non si dà altro caso - con una continuità di presenza sulla scena politica -, di una estrema minoranza che riesce a trasformarsi in movimento politico e ad entrare nelle istituzioni. Credo che alla base, oltre alle capacità del suo leader, ci sia stato il fatto che in quegli anni ha rappresentato, pressochè da sola, una continuità fondamentale nel sistema istituzionale-politico italiano. La svolta del Midas, la leadership di Craxi riportò il Partito Socialista sulle derive libertarie a difesa di questi principi sostanziali, sui quali pure reggeva l'ordinamento costituzionale italiano. Vorrei ricordare che in quel momento l'operazione di compromesso storico era all'apice del suo svolgimento.

Bisogna fare il punto su cosa rappresentava il compromesso storico allora e che tipo di minaccia era per la continuazione di una concezione liberaldemocratica degli ordinamenti costituzionali e della vita politica del Paese. Dopo le elezioni del 1976, in vero, non si sarebbe potuto fare molto altro che governi di unità nazionale, era un passaggio necessario. E fu anche un passaggio politico che ebbe la sua positività. Quelli furono anni di grande riformismo sociale, mettemmo a punto il nostro sistema di welfare.

Ma quello che vi era caricato sopra e che pesava nella vita del paese era l'idea che quella operazione, soprattutto da parte comunista (Berlinguer in primo luogo ne era il teorico, e con lui l'egemonia culturale comunista era molto forte) dovesse diventare una formula permanente della vita politica italiana, come venne poi dimostrato in lungo e in largo dalla critica dei socialisti durante quella stagione, che fu anche la stagione di Mondo Operaio,adesso storicamente molto rivalutata, una stagione importante, che iniziò proprio nel '76-'77-'78: e fu di critica molto calibrata e puntuale e divenne un punto di riferimento del dibattito intellettuale e politico del Paese proprio sulla caduta che attraverso questa idea del compromesso storico permanente sarebbero arrivati i principi fondamentali della democrazia italiana. Incominciando dal principio del primato del parlamento sul governo, contro cui in breve Craxi oppose il principio della governabilità nel Parlamento. Guardate che il principio della governabilità contro il primato assembleare del Parlamento è cosa di fine ottocento, un tema centrale, fondante per le democrazie in Europa, che arriva assai tardivamente in Italia.

Quindi da lì inizia realmente un nuovo corso che è stato come un rimettere sui giusti binari il sistema politico italiano. Da lì è emersa anche necessariamente la centralità socialista nel sistema politico italiano, che ha spiazzato profondamente la Democrazia Cristiana, che per forza politica, anche per meriti storici, quella centralità politica occupava. Da lì è iniziato il duello socialista/democristiano, nel senso che i socialisti con una posizione più avanzata e moderna, erano andati a occupare il posto centrale che era stato dei dc, che i democristiani avevano difficoltà a rioccupare. Perché i dati ideali sono fondamentali in un sistema politico, non si vedono, ma sono il riferimento centrale dei processi.

Noi non siamo stati mai amici dell'onorevole De Mita, però non era e non è uno sciocco, il problema se l'era posto. Come? Aveva avuto l'idea che per un partito come la DC per ricollocarsi a destra doveva riprendere a recuperare da destra, lungo una deriva neoconservatrice che si nutriva del liberismo allora all'ordine del giorno nell'arena internazionale. 

Uno dei problemi fondamentali è che nell'arco degli anni che vanno dal 1970 al 1985 cambia la prospettiva mondiale. Cito sempre agli studenti il dato che la percentuale di interscambio sul prodotto lordo mondiale del 1914 viene riraggiunta nel 1970! Là in mezzo c'è l'avvallamento del secolo breve, quello che si concentra sui mercati interni, sulle dinamiche nazionali e da cui il dopoguerra è una lenta fuoriuscita, che si accelera negli anni '70 anche a causa di due shock petroliferi, che portano alla fine del sistema dei cambi fissi e l'inizio del sistema di cambi flessibili. Il processo di internazionalizzazione è rapidissimo, avanza in termini esponenziali e cambia tutti i termini dei rapporti economico-politici. E' lì che finirà il comunismo, perché non potrà più far fronte a questo processo travolgente che in qualche modo l'economia capitalistica aveva messo in moto. Ma è lì che crollano anche le socialdemocrazie, quella che si chiama oggi la "socialdemocrazie pesanti". 
E ciò per due ordini di motivi.Innanzitutto perché il sistema classico socialdemocratico è un sistema statalista costruito sul mercato interno; quando questo incomincia a non essere più la base fondamentale dell'economia non ci sono più i presupposti dottrinali, pratici per continuare a operare. Del resto questa è anche la ragione della crisi del keynesismo che si fa evidente a partire dagli anni '70.

Poi perché a ciò si è accompagnata la lenta emersione di una società diversa. Chi sta dietro alle lotte per il divorzio? Non più la vecchia società di massa, ma una società in cui la dimensione individuale è sempre più forte; più forte nella stratificazione economica e sociale, soprattutto in un Paese come l'Italia che poco ha consolidato il sistema della grande impresa e i cui "animal-spirits", si sono manifestate in un grande tessuto capillare ed espanso, attraverso figure sociali sempre più autonom dal sistema politico. L'Italia è stato un Paese sempre dipendente dallo Stato a qualsiasi livello, dalla grande industria al bracciante, che doveva passare per l'ufficio del lavoro per essere assunto, al commerciante per le licenze, insomma un'economia tutta controllata, tutta dipendente. 
E' negli anni '70-'80 che si consolida definitivamente un meccanismo da questo punto di vista di profonda trasformazione. E ciò viene colto subito dal nuovo Partito Socialista che nasce dal Midas.

Quattro sono le direttrici di mutamento fondamentale: la prima nasce dalla critica all'idea del compromesso storico permanente. L'articolo di Craxi sull'Avanti! sulla grande riforma è del settembre 1979. Il problema con lucidità era stato posto allora. Si dice che Craxi l'aveva calato dall'alto. Per niente! Craxi allineò la sua proposta politica, che era più matura e più congegnata di altre, rispetto a eventi come quelli degli anni '70 in cui era chiaro che il sistema non funzionava più. Ma, scusate, Fanfani che fece la battaglia antidivorzista, che fu quello che prima di De Mita capì che la DC doveva recuperare da destra, che via cercò? Cercò una via plebiscitaria e alternativistica, una rottura del sistema politico. Le carte ci dicono chiaramente che Moro non pensava di rendere permanente l'alleanza coi comunisti, pensava di passare per quella cruna d'ago probabilmente per andare alla soluzione alternativistica. Cioè anche i grandi leader della Democrazia Cristiana - e questi la testa ce l'avevano - avevano avuto delle idee molto simili a Craxi, che però le formulòa in termini più maturi e più espliciti, mettendole efficacemente sul tavolo, come occorre fare in una democrazia.

 

Chi resta congelato è Berlinguer. La storiografia comunista, distingue un primo Berlinguer da un secondo: secondo me Berlinguer è stato sempre lo stesso. D'altra parte adesso, devo dire con grande liberalità, l'Istituto Gramsci comincia a fornire agli studiosi le carte di quel periodo, tra cui anche alcune del Fondo Berlinguer, per esempio le note che Tonino Tatò - segretario di Berlinguer, legatissimo a Franco Rodano - forniva a Berlinguer sulla politica italiana sia nei suoi aspetti minuti sia in termini di prospettiva.

D'altra parte alcune cose ora si incominciano a sapere con più precisione di prima. L'archivio del PCI, le stesse carte del fondo Berlinguer, cominciano ad essere indagate da più studiosi. Ed emerge chiaramente come la concezione di Berlinguer, fosse chiusa nel concepire il compromesso storico come dato permanente in cui imprigionare chiudere la democrazia italiana, e in cui gli unici due protagonisti virtuali fossero i comunisti e i cattolici. Ha ragione Stefania Craxi quando dice che Berlinguer era il vero conservatore. Altro che conservatore! La sua ipotesi è quella del congelamento di una posizione politica che non ha più nulla a che fare con ciò che succedeva nel mondo ed è il momento della definitiva e profonda rottura tra i due grandi partiti della sinistra italiana, quello comunista e quello socialista. Non fu Craxi a determinare questa rottura assoluta. Ho trovato nelle carte Berlinguer una nota di Antonio Tatò, il capodella segreteria di Berlinguer, in cui questi riferisce di essere stato chiamato da Scalfari, il quale lo avrebbe informato che in un incontro verificatosi tra la delegazione dell'editoriale La Repubblica - lui, Caracciolo, Zanetti, ecc. - e una delegazione ufficiale del Partito Socialista di cui facevano parte Craxi, De Michelis, Martelli e Manca. Craxi, siamo nel marzo del 1981, aveva detto loro, pregandoli di farlo sapere alla segreteria comunista: "Desidero un canale per far arrivare direttamente questa proposta. I comunisti hanno il 30%, tanto di cappello, ma che se ne fanno? La mia proposta è questa: se i comunisti propongono a Pertini la presidenza socialista alla caduta del governo Forlani, noi già da ora vi diciamo che, qualora i comunisti prendessero questo impegno, nel congresso che andiamo a fare, dichiareremo solennemente la piena agibilità dei comunisti al governo". Dice inoltre: "Fate presente ai comunisti che noi siamo in grado, su quella proposta da voi sostenuta, di dire che certamente la DC avrà dei problemi. Se ci sta va bene, faremo un governo con la DC e sia chiaro che lo facciamo concordando un programma tra socialisti e comunisti. Se non ci sta ricordate che abbiamo lo strumento di pressione, perché c'è un'area laica e socialista a cui noi siamo legati che ha una potenzialità - salvo i repubblicani, che sono schierati altrimenti - del 10%. Io conto di andare sul 14-15" ed era un conto realistico, perché poi ci è arrivato. 

Questa proposta sarà stata tattica però era nel bagaglio politico di Craxi. Sono i comunisti che hanno detto fermamente di no, sono loro che hanno diviso profondamente la sinistra. Al Congresso del PCI del 1982 Craxi andò, portando un saluto non rituale, duro ma aperto, improntato a lealtà. 
Io ho trovato una nota di Tatò un giudizio su Craxi del '78 che, se non fosse documento storico, sarebbe quasi impubblicabile. E' una nota talebana! Sono dieci pagine di insulti! Era questo che avevano in testa!

L'altro giorno ero a Napoli e siccome presentavano la rivista "Italiani europei" e c'era Giuliano Amato con altri compagni diessini, sono andato a sentire. Nel dibattito si è alzato un vecchio compagno comunista, segretario di una sezione, e ha fatto una domanda rivolta a Giuliano Amato: "Abbiamo da ultimo fatto un congresso in cui, stringi, stringi, il punto era o non era un ritorniamo a Craxi"? Allora Giuliano ha cominciato ad arrampicarsi sugli specchi e con la sua indubbia capacità dialogica ha detto sostanzialmente "dobbiamo andare oltre e lasciarci il passato alle spalle". 

Ma non è così! Io non voglio usare la formula, che per un problema storico più serio di quello della sinistra italiana è stato usato nella recente storia europea, in particolare per la Germania, cioè quella del "passato che non passa". Ma la sinistra italiana è affetta profondamente proprio da un passato che non passa, perché il passato è quello che abbiamo vissuto, è la nostra identità! Mica si cancella così! E questa identità non è solo la nostra storia, è stata anche quella dei padri, perfino quella dei nonni, e copre quasi un secolo alle spalle! E non solo è la storia di ciascuno di noi, ma quella stessa del nostro paese, di cui il socialismo è stata una pagina centrale. Se non si chiariscono questi punti non si procede di un passo verso nessuna direzione.

La seconda direttrice di marcia fondamentale fu la scelta internazionale, simbolizzata dalla decisione sugli euromissili. Quello fu un allineamento decisivo. Non entro ora nel merito, ma la DC è stata un partito atlantico molto frammisto e ambiguo, l'Italia non è mai stata un paese affidabile. Le difficoltà che incontra Berlusconi sono sue, ma sono anche il retaggio di una storia. Ebbene, Craxi fu netto, divenne un referente fondamentale tra i partiti socialisti europei e gli Stati Uniti d'America. Poi c'è stata Sigonella su cui pure non entro nel merito, variante che merita di essere interpretata, comunque la scelta atlantica fu nettissima.

La terza direttiva fuscelta nazionale. Tutti i partiti socialisti europei negli anni '80 hanno recuperato la tradizione nazionale, Mitterand si è messo a fare del gollismo, Blair comunque ha assorbito una parte della tradizione conservatrice, Schroeder sta facendo lo stesso. L'elemento nazionale è un fortissimo coagulante perché ti permette di giostrare su due elementi terribilmente contraddittori della politica oggi: quello per cui devi badare ad alcuni interessi del vecchio, perché esistono pur sempre gli operai, gli impiegati, il problema del welfare da mediare con la società nuova, ma come le medi? Con le formule? Insomma un ancoraggio alla tradizione nazionale è fondamentale e pone la sinistra europea in una posizione più avanzata dei conservatori, proprio perché ha l'asse nazionale e nello stesso tempo queste capacità di mediazione che gli altri non hanno.

Infine, come quarta direttiva,la scelta riformista. In parte ho già detto, ma anche qui bisognerebbe soffermarsi. Negli anni '80 siamo alle scelte fondamentali, è stato anche teorizzato che con essa si ha la fine delle "socialdemocrazie pesanti", però la verità è che la tradizione socialista storica si trova ovunque in grande difficoltà e opera la sua trasformazione in liberalsocialismo, portando la sua capacità di tradizione di governo, di un certo tipo di opinione, di strumenti di massa come il sindacato, all'interno di questa dinamica e dialettica nuova.

Non dimentichiamoci che Rimini è dell''82. In quegli anni Mitterand, che è andato al governo col "programma comune delle sinistre", uno dei più arcaici strumenti programmatici, cambia governo e butta a mare il programma comune e così gli altri partiti socialisti. Quello è il momento della svolta che il Partito Socialista di Craxi e dei suoi compagni fu pronto a cogliere con equilibrio ed intelligenza. Il Governo Craxi si mosse in questa direzione e portò a una stabilizzazione del Paese. Vi ricordate che Paese avevamo? Il tasso di inflazione scese, il terrorismo, per la chiarezza dei rapporti internazionali, si chiuse, la politica europea, che era fondamentale, fu del governo Craxi. Rimase aperta la valvola del debito pubblico, che Craxi non potè e non volle affrontare. L'apice del debito pubblico fu il governo Spadolini, poi si trascurò il problema troppo oltre.

Chiudo così con un rilievo più generale. E' possibile avvertire con tanta chiarezza nel settembre 1979 il problema della "grande riforma" e nel 1989 fare il patto più doroteo dei patti dorotei con una parte della Democrazia Cristiana? Lì c'è stato un allungamento di tempi che aveva anche una logica politica, io non formulo una critica, ma dico che c'è questo problema e mi permetto di osservare che anche sul terreno della grande riforma, tra le prime enunciazioni e il congresso di Rimini, ci sono varie oscillazioni, presidenzialismo no/sì ecc., poi a Rimini si precisa in un certo modo quella formula. Ma quella formula ha avuto sempre il limite di non avere come corrispettivo una strategia politica di amalgama di forze omogenee. Non era colpa di Craxi, i comunisti avevano grosse responsabilità, ma questa discrasia c'è stata. Martelli per esempio spinge lungo tutto il decennio sulla deriva del rapporto socialisti-laici al fine di trascinare anche i comunisti, fino ai referendum. Quella era una linea però non la si imboccò mai definitivamente. Penso che questi furono alcuni dei nodi fondamentali che allora non si risolsero.

Ho un disprezzo intellettuale nei riguardi di un certo tipo di sinistra, penso soprattutto alla vicenda giudiziaria e ai suoi risvolti politici, quando una sinistra fa quello che ha fatto questa nostra sinistra di oggi, come si può averci a che fare? Quante ottime sentenze abbiamo avuto dalla magistratura che meriterebbero di essere raccolte! Però dieci anni dopo! Per questo e altre cose i miei sentimenti sono piuttosto a "destra", anche se non organici alla destra. 

Però certo quando vedo risultati come quelli siciliani mi preoccupo, perché così non andremo verso un sistema alternativo, ma verso un sistema alla giapponese! La sinistra si deve riprendere! Vedete di portare un contributo che sia sostanziale e fondamentale per uscire da questa situazione. Grazie.

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